MatteoGrimaldi.com

Io sono io; Madre è mia madre; L'Aquila è la mia città. Tutto il resto continuerà a cambiare, speriamo in meglio!

Elsa, ma cosa piangi?!

Ieri le lacrime della ministra del Lavoro Elsa Fornero hanno rubato la scena alla crisi, allo spread, alla manovra, al nostro status di conclamata presente e futura povertà.
Tutti insieme dai: “Per noi poveracci hip hip hurra!”
Se avessi potuto, sarei salito sul palco e l’avrei abbracciata, la bisnonna che tutti noi vorremmo. L’avrei incitata a farsi forza. “Ce la puoi fare bisnonna Elsa! Il brutto momento passerà! La vita è bella e tu hai ancora tanti, ma tanti anni davanti! Credici fino in fondo e vedrai che riuscirai a pronunciare quella parola!”
Sacrificio. Aaahhh! Dolore.
In effetti ci vuole una gran faccia a chiedere agli abitanti di un Paese ufficialmente sottosviluppato di sacrificarsi ancora; lei evidentemente questa faccia non ce l’ha e si mette a frignare. Neanche piangesse per una questione personale poi. Per esempio: io che, se voglio scoprire i connotati di una pensione, dovrò rivolgermi a Giacobbo e implorarlo di farmi fare un sorso dal Santo Graal per arrivare a 150 anni anagrafici + 70 di contributi e allora forse… non ho mica pianto. E credo neppure voi. Qualcuno di voi ha pianto ieri? Sarebbe stato più giustificato il pianto sincronizzato dei milioni di Italiani all’ascolto che non il suo, a meno che la ministra Elsa Fornero non sia l’incarnazione di una bisnonna Madonna, che ci ama a tal punto da prendersi tutte le nostre pene nel cuore e soffrire per noi.
Deve intervenire il Premier Monti, se no non si va avanti, che la esorta con quella che secondo me diventerà la frase dell’anno: “Commuoviti, ma correggimi!” quando comincia a fantasticare sulle pensioni minime e non sa più neppure lui cosa sta dicendo.
Il signor preside riprende la brava insegnante che ha avuto un cedimento. Per la serie: La menopausa va combattuta, ma non in una conferenza stampa, soprattutto se si tratta del più importante passaggio della Storia moderna del nostro Paese. E lei si riprende.
Non mi era mai capitato di vedere un politico piangere.
“Meglio della faccia plastificata della Santanchè e delle barzellette di Berlusconi!” sento esclamare da più parti e leggo sui social network. Sì, anch’io ho la sensazione che sia meglio, però… Che cosa si piange?
Le lacrime denotano un momento di commozione, felicità oppure disperazione. Escluderei la prima, a meno che la signora Fornero non sia una sadica pazza che gode per la disgrazia in cui è caduta l’Italia. La disperazione… mica le hanno infilato il gatto nel tritacarne! Insomma, è una donna di successo, neo-ministro con neo-dentatura, ricca, con dei bellissimi orecchini. Che cosa si piange?
Secondo me lei quei provvedimenti non li avrebbe presi, per questo piange. Può essere? Me lo fa pensare l’attimo di estremo sconforto nello sconforto in cui, ripresa dalle telecamere di tutto il mondo, sussurra rassegnata: “Non va bene!” che è tutto dire.
Voi come interpretate le lacrime della ministra?

[X] Weekbook. Vanessa Diffenbaugh nel bagno turco con me

Mi manca l’aria. Ehi voi, dove avete nascosto l’aria? Ohmioddio, ridatemela! Mi convinco che sia tutto normale, visto che mi trovo in un bagno turco. Non so ancora chi sta per fare il suo ingresso, chi vorrà proprio me. Incredibile! Intanto, col culo appollaiato sulle piastrelle e gli occhi al soffitto costellato di bastoncini colorati, mi godo l’atmosfera deliziato dal cinguettio di un uccellino che neppure sulla spalla di Alex Del Piero, con le tette della Chiabotto a mezzo metro, dimostrerebbe tanta gaiezza. Il portale si apre. Una figura femminea dai lunghi capelli lisci avanza, prima lentamente e poi con passo sicuro, come se mi conoscesse.
Sarà per via del vapore che non facilita la visibilità, sarà per i litri di liquidi che ho perso assieme alle forze e alla lucidità, sarà perché non mi aspettavo di incontrare Vanessa Diffenbaugh nel bagno turco di un hotel di Porretta Terme in provincia di Bologna (a 30 metri esatti dal ristorante in cui hanno risucchiato dal mio conto corrente 465,70 euro invece che 46. È così evidente che i maroni ancora non smettono di vorticare?), fatto sta che non la riconosco.
“Matteo Graimaldo? La ragazza alla reception mi ha detto che ti avrei trovato qui.”
“(Sarebbe G-R-I-M-A-L-D-I, con la i finale e senza a) Sì, sono io.”
“Salve, mi chiamo Vanessa Diffenbaugh (finalmente ho capito come si pronuncia il suo cognome. Non chiedetemi di ripeterlo però, perché è tutto uno sputacchiare) cercavo proprio te. Ho scritto…”
Il linguaggio segreto dei fiori, porcadiunavaccagrassaincalorevogliosadisessoscatenatoconuntoroinsaziabiledigranlungapiùanzianodilei!”
“Come dici?”
Per fortuna non conosce l’Italiano e quindi non coglie la forma di espressività popolare che ho fatto precedere al punto esclamativo. Tutto il dialogo fra noi avviene in Inglese. Io mi son premurato di tradurlo, cercando di restare fedele all’originale.
“Dicevo… so bene chi è lei, complimenti! Ma cosa ci fa qui?”
“Sto facendo il bagno turco, che domande!”
“E come mai cercava proprio me, Vanessa?”
“Perché vorrei essere intervistata all’interno della tua rubrica 4 Chiacchiere (contate) con…”
Ma questa è completamente pazza!
“È davvero sicura? Voglio dire… il suo romanzo staziona nella classifica da tipo 200 settimane, ha venduto qualcosa come 300mila copie solamente in Italia. Ha appena ceduto i diritti in America per oltre un milione di euro. Sono uscite recensioni su tutti i più importanti giornali del mondo ed è stata intervistata da radio e televisioni nazionali e internazionali. Cosa se ne fa di 4 domande di numero, poste da uno che non è un giornalista, non è uno scrittore, non è… insomma… cosa?”
“La verità è che da quando hai intervistato Federica Manzon e quella gran figa di Giorgia Wurth, mi sono detta: loro sì e io no? E che sono io figlia della merda?! Sapessi che rabbia a sentirmi un’esclusa… Così ti ho cercato per tutta Italia e adesso voglio partecipare alla tua rubrica! Fammi una domanda, ora!”
“Così, su 2 piedi e avvolto dal vapore, mi coglie un attimo impreparato…”
“Chiedimi che volevo dire con questa storia del linguaggio segreto. Dove l’ho scoperto. Come impiegherò tutti i miliardi che sto incassando. Quali sono i miei progetti futuri. Se mi serve un interprete per parlare coi fiori… Qualunque cosa porca paletta fiorita!”
“Signora Diffen, le mie sono domande mirate, proprio perché le chiacchiere sono solo 4 e allora vanno ben scelte. Ci devo pensare e questo posto non mi facilita il compito.”
“Allora usciamo da questo inferno e infiliamoci nell’idromassaggio. Vedrai che un bel bicchiere di tisana depurativa stimolerà la tua curiosità.”
E così posso presentarvi l’intervista più importante di tutta la mia carriera di non-giornalista. Signore e signori ho il piacere di ospitare sul mio divanetto virtuale a forma di penna piumata Vanessa Diffenbaugh. (Per leggere l’intervista cliccate qua!) Ora posso andare in pensione. I politici maturano la pensione con un giorno in Parlamento, io con un’intervista fatta bene.
Naturalmente non è andata proprio così come da me raccontato. (Prima che mi arrivi un  jet privato carico di querele, è bene che lo specifichi.) Tutto il merito è della redazione di Sololibri.net e dell’ufficio stampa della Garzanti, così gentile da attrarre la signora Diffenbaugh nella mia trappola. Spero di aver fatto cosa gradita, come si dice. Grazie anche alla traduttrice, senza di lei nulla sarebbe stato così com’è, chevvelodicoaffà! Un grazie di cuore alle affezionate lettrici e collaboratrici di Sololibri.net, per aver contribuito con le loro curiosità ad arricchire l’intervista. Per ultimo grazie alla signora Vanessa, che non leggerà il mio ringraziamento, ma lo dico lo stesso, perché fa un certo effetto sapere che dall’altra parte c’è una che fa quello che vorresti fare tu, moltiplicato per 100 miliardi.
Badate, ho arrotondato per difetto.

Il mio conto corrente ha “beneficiato” degli effetti della bio-sauna

Piombo a Villa Madre proprio a ora di cena, dopo 1000 chilometri in 3 giorni.
“Con chi sei andato a fare questo pacchetto benessere?”
“Con Alsazia, Lorena, Romolo e Remo.”
“Sei sicuro di essere andato con tutte le persone che hai appena nominato?”
Semmai del contrario. Rispondo con estrema convinzione: “Certo che sì!” pur consapevole che, quando Madre interroga, è perché sa.
“Strano, stamattina ho incontrato proprio Alsazia dal parrucchiere.”
Non mi resta che percorrere la via del dubbio: “Madre, sei sicura che fosse lei?”
“Mi stai prendendo per una deficiente?”
“Ok, a pensarci bene forse Alsazia non era dei nostri.”
Tenuto conto che.
- L’ultima volta che sono entrato in una piscina avevo 12 anni e ne sono uscito con la convinzione di odiare il nuoto, dopo che il mio di allora istruttore mi aveva ficcato la testa sott’acqua per un tempo che a me parve infinito. Quella è stata appunto l’ultima volta.
- Non avevo mai fatto l’idromassaggio. Dell’altra roba-benessere che ha a che fare con l’acqua (percorso caldo/freddo, cascata per la cervicale, bombardamento fianchi/cosce, doccia colorata, nebulizzata, profumata – ignoro i termini tecnici, nonostante una signorina abbia speso 10 minuti abbondanti a illustrarmi le tappe che avrei affrontato, e quindi chiamo tutto per quello che mi è sembrato, per le sensazioni che mi ha dato, per la serie: parlo come magno –) ne ignoravo l’esistenza.
- Non ero mai entrato in una sauna.
- Né in una bio-sauna.
- Il bagno turco lo avevo visto solamente nei film pornografici nei quali fanno l’amore fra sconosciuti, avvolti dal vapore.
- Prima di martedì ero convinto che gli uccellini di bosco si trovassero nel bosco, invece ho scoperto che si trovano pure nelle SPA-benessere, altrimenti non riesco a spiegarmi quei cinguettii.
Credo di essermela cavata egregiamente, a eccezione di un paio di momenti imbarazzanti.
- Stremato, sudato, spossato, vaporizzato, inumidito, bio-saunizzato abbandono le chiappe su uno scalino del percorso caldo/freddo, precisamente nella corsia del caldo, a godermi il tepore dell’acqua. Si genera una fila, della quale mi accorgo soltanto quando il distinto signore con le vene varicose dietro di me decide di emettere un colpetto di tosse. Si tratta di un percorso che tu devi fare senza fermarti, passando appunto dal caldo, al freddo e poi di nuovo al caldo e al freddo quante volte vuoi, lo saprete tutti (tranne me). No che ti siedi, ma io mica l’avevo capito.
- “Le mie ciabattine, hanno rubato le mie ciabattine!” grido allarmato alla fanciulla magrissima che dopo un po’ si presenta con le mie infradito-zattera in mano. “Erano nella sauna!”
“Ah, pensa un po’! Chissà come… Devo averle dimenticate.” Le indosso e sento la pianta del piede avvampare fra le fiamme. Mi ustiono, ma non faccio una piega, mantenendo intatta l’espressione distesa sul volto, mentre capisco cosa ha provato Giucas Casella quando ha deciso di umiliarsi in mondo visione passeggiando sui carboni ardenti. Con la differenza che io per fortuna non ero in mondo visione.
Il giorno dopo, colazione da Re. 2 tavolate piene di dolcetti, e la cameriera che ci chiede cosa preferissimo. A me è venuta la tentazione di risponderle: “Grazie faccio io!” e mischiare il latte e il caffè in una tazza. Quando ho capito che non funzionava come nelle topaie frequentate in questi anni, ho ordinato un gustosissimo cappuccino. Nell’attesa, da personcina discreta quale sono, mi concentravo ad ascoltare i discorsi degli altri. Giuro che ho sentito un uomo incravattato chiedere alla moglie: “Cara, gradisci del succo d’arancia?” testuali parole. Roba che neanche a Centovetrine. Al che ho abbassato lo sguardo sulla mia tuta acetata e ho desiderato uno smoking da prima colazione, oltre che un paio di zeri in più sul conto corrente.
A proposito di conto. Ceniamo in un ristorantino tipico. Mangiamo divinamente. Fra l’altro scopro come sono fatte le tigelle e il sapore di quella salsiccia spalmabile non lo dimenticherò mai per il resto della vita. Euro 46.50 in 2. Pago col bancomat, come del resto faccio per quasi tutte le spese di questi giorni. La mia banca deve conoscermi meglio di chiunque altro per non avermi bloccato il conto. Considerate le uscite spropositate, poteva sembrare che qualcuno mi avesse clonato la carta. Torno a L’Aquila. Faccio un saldo per rendermi conto di quanti mesi dovrò lavorare per ricostruire quanto scialacquato. Mi si ferma il cuore finché non mi accorgo di una stranissima uscita di euro 465,70 proprio la sera della cena. È il conto del ristorante! Il signore si è “sbagliato” digitando 465,70 al posto di 46,50 (il 7 l’ha proprio partorito la sua fantasia), io non ho ricontrollato la cifra, ho digitato il PIN e poi OK. In sostanza gli ho regalato 419 euro. Ho chiamato e si scusano tanto.
“Prima o poi dovevi accorgertene!” e ride. Cazzo si ride! “Passa pure al ristorante quando vuoi che…”
“Io abito a 500 chilometri di distanza. Ero lì in vacanza.”
Devo faxargli il mio IBAN e lo scontrino che mi hanno rilasciato. Il culo ha voluto che io, che butto via tutto all’istante, lo avessi conservato (senza volerlo) nel portafogli. E loro mi fanno un bonifico del preso-in-prestito, chiamiamolo così.
Ditemi se a uno non gli deve partire la brocca.

[Madre Destination]

Sono rietrato a L’Aquila ieri notte alle 3. Riassunto, (molto) riassunto, della questione ematica nello scorso post affrontata:
- Nessuno si è accorto dell’alone rosso sangue sul taschino del pantalone.
- Perché nessuno fondamentalmente si è accorto di me, tranne le telecamere che, a un certo brevissimo istante, hanno proiettato il mio faccione su RAI1, mentre ridevo e applaudivo come una foca esaltata. Questo è bastato a Madre, inizialmente ignara della mia destinazione, ma sospettosa per l’abbigliamento inconsueto, per telefonarmi e inveire in diretta contro il sottoscritto.
- Il secondo round, quello importante, è rimandato a un appuntamento nel quale “possiamo parlare con un po’ di calma”, che spero si terrà entro i prossimi 1000 anni, impegni di queste persone meravigliose permettendo.
Comunque stra-bello. Andateci a vedere Fiorello – lunedì sarà l’ultima puntata – perché capite quanto può essere grandiosa e luccicosa la vita di qualcuno.
Bene. La faccio breve perché stamattina parto per 2 giorni di sano relax. Mi hanno regalato un weekend benessere. Una di quelle scatoline azzurre di latta, che scegli la località, il periodo, vai e ti lasci cullare da mani sapienti. La struttura è meravigliòòòsa. Si trova a Porretta Terme (per sbavare un po’ cliccate qua). Domani, dopo 3 ore di massaggi, bagni, saune, oli profumati e non so che altro, raggiungerò i miei amici-ci-ci-ci a Firenze.
Devo arrivare entro le 15.00 e ho ancora le caccole agli occhi, la cacca al culo, la barba incolta, il trolley da riempire e la camera da riordinare, ché se no Madre mi manda un anatema a distanza e mi fa ricordare il soggiorno per tutta la vita. Esperienze passate, che restano indelebili ricordi drammatici, dimostrano senza ombra di dubbio che, se vuole, può tutto. Altro che Final Destination! Preferisco non metterla alla prova, visto l’umore di questi giorni già di suo detonante. Se potesse, prenderebbe Parolisi e lo legherebbe alle rotaie del binario 1 di Roma Termini.
Ci rileggiamo forse giovedì, di sicuro venerdì.

Tracce ematiche sul pantalone

Attendo questa serata da circa 16 giorni. Son quei momenti che capitano una volta nella vita, se ti dice bene. Sarò in un luogo leggendario, a pochi passi da personaggi che non riuscirei a incontrare neppure se mi ci mettessi d’impegno a far loro le poste fuori dai grandi studi televisivi, o teatri, o alberghi a 5 stelle, o palazzetti gremiti, che frequentano per arte. Con qualcuno di certo ci parlerò, per dirci come stiamo dopo tanto che non ci vediamo; come procedono quei nostri progetti. Quando ci penso, mi viene da sorridere all’idea che esista un filo che parte da me e arriva a loro, che di mese in mese si fa più resistente. Non entro nei dettagli ché mi risale l’ansia e comincio a sudare gocce gelide e a muovere senza controllo la bocca, che non ce la fa proprio a non comporre ridicoli risolini ebeti da ricovero immediato in una struttura per casi umani schizofrenici. È bene specificare che nessuno farà caso a me, neppure il guardiano dei cessi, se un guardiano dei cessi c’è. Non per questo uno può andarci conciato alla bell’e meglio.
Sono giorni che penso a cosa indossare. La sfida era trovare un abbinamento fra pantaloni, camicie, maglioncini, scarpe, calze a rete (?), cinture e cappotti già nel mio armadio, senza dover lasciare un’intera busta paga sul bancone di un negozio di grandi marchi, o dover partecipare in sequenza a Bisturi e al Brutto Anatroccolo per farmi trasformare in quello che potrebbe apparire a occhi frettolosi un essere umano presentabile. Quando stamane mi sono convinto di avercela fatta, la disgrazia si è abbattuta sulla mia vita, più precisamente sul pantalone prescelto.
La prova finale prima della vestizione definitiva. Mi godevo il mio figurino allo specchio e raccontavo al telefono quanto mi stessero bene i pantaloni marroncini che Madre mi ha regalato in sostituzione di quelli, dalle più economiche e scadenti fattezze a dir la verità, che ha trasformato in una maschera di carnevale a pois rossi con un semplicissimo giro di lavatrice. Quando vedo comparire una striscia rossa poco sotto la cintura, con pozzangherina finale in corrispondenza del bordo della tasca, mi sento mancare. Maledico la stramaledetta pellicina dell’unghia del mignolo che ho torturato per tutto il tempo speso in bagno a fare quello che facciamo tutti, senza che storcete la bocca. La microscopica ferita lasciata dall’estirpazione della morta carne non era così microscopica, visto che ha maturato una sola, ma corposa goccia di sangue che io ho inconsapevolmente accompagnato sul pantalone per diversi centimetri.
No, non l’ho sparata; le parolacce le dico, ma non mi metto a dare la colpa a chi, nell’alto dei cieli, è in tutt’altre faccende affaccendato che non nel rovinarmi l’unico pantalone decente in mio possesso.
“Scusami, devo riagganciare… Sì devo farlo adesso, prima che mi metta a piangere!”
Afferro uno degli straccetti pulitissimi che Madre tiene nello stipetto del lavatoio, lo bagno con poche gocce di acqua tiepida mischiate alle lacrime e comincio a strofinare prima delicatamente, poi un po’ meno delicatamente, per non dire arrabbiato come un orso a cui hanno portato via il suo miele sotto il naso. Il sangue non vuole sparire, eppure è una macchia fresca. Ma porca la tro…mba sì. La tromba del ca…nto. Esatto. Il canto della pu…bblica istruzione. Quella che mi ha insegnato a non spararla troppo grossa, però – ca…nto! – quando ci vuole ci vuole.
Il risultato, dopo ore di trattamento e attesa che il tepore delle stanze di Villa-Madre asciugasse l’alone, è che l’alone c’è.
Sono 2 a questo punto le possibilità a mezz’ora dalla partenza.
- Cambio pantalone, e quindi cambio camicia e quindi cambio maglioncino e quindi cambio scarpe. Non se ne parla neanche. Io non ho una stanza armadio, ma solo poche cose, tante delle quali indicate per la mia vita di tutti i giorni, pertanto impresentabili, pochissime delle quali adattabili a una serata del genere, nessuna delle quali comunque all’altezza.
- Indosso ugualmente il pantalone stando attento a far capitare il lembo del maglioncino a coprire l’alone. Farò così e, per sicurezza, passerò tutta la serata con la mano sulla patacca, in una posizione estremamente naturale e dinamica che il manichino della Standa a confronto è Andrew Howe.

[IX] Weekbook. Supermarket24, segnalazioni che riscaldano

Con un imperdonabile ritardo, ma lo faccio, perché il mio è un grazie che nel cuore è rimasto per tutti questi giorni, e dal cuore lo faccio uscire per raggiungere Miss Fletcher. Non ci conosciamo da molto, sempre se mi è concesso l’utilizzo di conoscere riferito a chi non ho visto mai, ma che leggo tutti i giorni. Se penso al suo blog Dear Miss Fletcher, mi viene in mente una grande palla di vetro con dentro una Genova segreta, che lei racconta ai suoi tanti lettori. Ci accompagna alla scoperta di botteghe legate alle tradizioni, viuzze calpestate da uomini che hanno segnato la Storia, piazze maestose e piccoli porticati ancora carichi delle imponenti atmosfere del passato che li hanno visti protagonisti. Lo fa con la maestria di una guida appassionata unita all’abilità del saper raccontare e all’amore per la sua città, che traspare dai suoi post.
Miss Fletcher ha letto ‘Supermarket24’ e ne ha scritto. Il mio grazie è intanto per la fiducia che mi ha accordato acquistandolo, poi per il tempo e lo spazio dedicato al mio libro sul suo blog, ma soprattutto per le parole spese che, per me scrivente sconosciutissimo, sono linfa, ossigeno e spinta a insistere.

L’amore, la vita, la fatica di ogni giorno, vissuti con ironia e sfrontatezza.
I rituali, le idiosincrasie, le difficoltà, il tempo che fugge e non è mai abbastanza, vi riconoscerete in molti passaggi del libro di Matteo, in molti gesti e pensieri del protagonista, al quale non manca mai né la battuta né qualche pensiero affilato quanto efficace.
Lo seguirete nelle sue peripezie e vi parrà naturale calarvi nei suoi panni.
Il libro di Matteo Grimaldi ha un suo stile molto riconoscibile, vivace, spontaneo, a volte beffardo ed amaro.
A voi scoprire cosa ne sarà dei sogni di Luca Sognatore, a Matteo Grimaldi il mio sincero apprezzamento per aver creato questo personaggio e il mondo che gli gira intorno.

Ecco perché grazie, ma per un sacco di altri motivi. E grazie pure a tutte le lettrici e i lettori di Miss Fletcher che sono intervenuti numerosi (per leggere l’intera recensione clicca qua). Ho inserito l’articolo all’interno della scheda di ‘Supermarket24’ che trovate dentro a I MIEI LIBRI. Ci trovate anche il link al Commento di Chagall, e pure alcune citazioni scelte dallo stesso Chagall per il suo Segnalibro, che secondo me riescono in una panoramica sui vari livelli della narrazione.
In questa domenica grigia, in cui il cielo pare una sacca di farina bagnata e il vento mi appiccica l’acqua in faccia, mi fa star bene pensare a chi mi dimostra affetto pure senza avermi incontrato; pensare che possa essere efficace un abbraccio, pure virtuale e che possa scaldare. Mi tornano alla mente le parole di una donna gentile che al termine dell’incontro di Orte è intervenuta domandandomi: “Non pensi che questa storia di internet, dei blog, dei social network abbia reso la comunicazione più fredda?”
Scusate, come faccio a pensarlo?

Ex-qualcosa

Ho dovuto ahimè interrompere un rapporto storico. Ci vedevamo poco, un paio di volte l’anno, poi ridotte a una, a fine novembre, però ci volevamo bene. Più lui che io. Viste le circostanze, io non potevo proprio volergliene, nonostante ci avessi fatto l’abitudine agli occhialetti da Harry Potter in pensione e al suo faccione dal colorito melanzana insanguinata, che non mi sono mai riuscito a spiegare. Quando mi vede entrare nel piccolo ufficio, ricavato all’interno di un palazzo dedicato ad altri commerci, mi accoglie sempre con un sorriso smagliante, con l’accezione di smagliante tenuto conto di tutti i limiti dovuti a un apparato dentario da rifare. Non è tutto oro quello che luccica. L’oro è bello e i suoi denti no. Ho qualche dubbio sulla preziosità del metallo di cui sono fatti; quel che è certo è che non luccicano, anzi.
Ho salutato il mio assicuratore con le migliori intenzioni, stavolta le mie, di cambiare compagnia ché i suoi preventivi sono inaffrontabili, quest’anno più di sempre. Mi accomodo sulla poltrona e prima ancora di farmi proferire parola: “Scusa che c’ho una cosa da finire. Un attimo solo per favore”.
“Certo!”
Ha capito che voglio dirgli addio. Uh, le caramelle!
“Posso…”
“Un momento, è veramente questione di poco.”
“No, dicevo se posso… (come si dice? Scartarmi, mangiarmi, succhiarmi…?!) una caramella?”
“Fai pure! Io intanto finisco.”
Mentre coso una caramella al limone, faccio il vago cercando di non guardare lui che lavora. Se parlo lo disturbo, se mi muovo lo disturbo, se mi schiarisco la voce lo disturbo, se tiro fuori il cellulare lo disturbo. Faccio attenzione pure a succhiare in silenzio. Quando un rivolo di bavetta si affaccia agli angoli della bocca, risucchio e mi vergogno per primo del suono inevitabilmente emesso. Lui smette di digitare per 3 secondi, come a dire: ti ho sentito schifoso che sei, e poi riprende. Da fuori arrivano le grida di una signora esasperata che alza la voce in un crescendo preoccupante: “Ho pagato! I-o-h-o-p-a-g-a-t-o!”
“Lei ha pagato da settembre 2008 a dicembre 2009. Qui le si richiede il periodo gennaio 2010 dicembre 2010. Dove sta signora?”
“Sta che l’ho pagato! Non mi credete?”
Evidentemente no, penso quando finalmente Dente Solare alza gli occhi dal monitor ed esordisce con un: “Allora…”.
Auguro alla donna fuori di dimostrare di aver pagato quello che secondo me non ha pagato. Che riesca a fregare per una volta questo mondo ladro che ce la fa sempre sotto il naso.
“Qual è il premio che mi tocca quest’anno?”
Che detto così sembra come se dovessi ritirare un riconoscimento, un sacchetto di gettoni d’oro, una targa celebrativa e invece no; quello dell’assicurazione è l’unico premio che quando lo ritiri paghi.
“Aggiorno la tua situazione. Calcola che l’assicurazione ha imposto alti aumenti pure a causa dell’IVA.”
“Sì, questa faccenda dell’IVA ci sta rovinan…”
“601 euro.”
“…” COFF COFF (Oddio la caramella… soffoco. Qualcuno chiami un’ambulanza!)
“Che succede?”
“La caramella!” COFF COFF: vomitino + sputacchio sul suo tavolo rivestito di lucidissimo vetro.
“Vuoi un bicchiere d’acqua?”
“No, ti ringrazio.”
Inspiro/espiro 11 volte, finché non mi sento in grado di riprendere la discussione e affrontare il vero problema.
“L’anno scorso ho pagato 489 euro!”
“È aumentata, è vero. Ma, se ci pensi, la tua neanche tanto.”
120 euro in un anno sarebbe neanche tanto?! Perché più ci penso e più invece vorrei infilargli tutte le sue caramelline su per il chiul?
“Sono 120 euro. Non è tanto, è tantissimo! E senza farci neppure un incidente.”
“Se ci avessi sbattuto sarebbe raddoppiata.”
Eh no. Adesso parte e l’ha voluto lui. Lo sfogo gratuito, quello che lo sai che non produrrà alcun effetto, la classica osservazione popolare che strappa l’applauso in un dibattito televisivo, della quale potrebbe essere autrice pure Madre, per dire. Vorrei impedirmelo, per tutti i motivi di cui sopra, ma è troppo forte la voglia di dirgli: “Scusami, io regalo, perché di un regalo si tratta, un regalo obbligatorio, ma pur sempre un regalo, 500 euro l’anno, adesso 600 per quell’unico incidente nella vita da risarcire, se c’è, e voi, come se non bastassero tutti i soldi che in 30 anni uno vi ha regalato, fate raddoppiare la rata?”
Ora ditemi a cosa serviva fare questa osservazione. A niente, tanto si sa che funziona così, però io ladri! gliel’ho voluto dire.
“Sei libero di cambiare assicurazione se ne trovi una più conveniente di noi.”
“Cercare è il minimo che possa fare, anche perché tutto aumenta tranne il mio stipendio.”
Di assicurazioni più convenienti ne ho trovate non una, ma 3 e la più conveniente delle 3 mi fa risparmiare circa 200 euro.
Mi sento sollevato, più leggero, come quando cancello qualcuno dagli amici di Facebook. Basta poco per interrompere i rapporti. Bisognerebbe ricordarcene sempre, e talvolta non subentra neppure il dispiacere.
E voi? Quali sono le persone che volenti o nolenti fanno parte della vostra vita e delle quali vi sbarazzereste in un batter d’occhio, se solo poteste? O che già avete gettato nella spazzatura delle ex-amicizie, ex-amanti, ex-assicuratori. Ex-qualcosa, insomma?

[Dottor Madre]

“Mica l’ho fatto apposta a premere! Cioè sì, ma non sapevo che il finestrino si sarebbe chiuso… Non guardarmi in quel modo! È chiaro che sapevo che, premendo il pulsante, il vetro avrebbe cominciato a salire fino a chiudersi – lo sanno tutti, è così che funzionano i finestrini -, ma non che l’avrebbe fatto sulle tue dita, ecco.”
Aggressivo come le fauci di un alligatore a dieta da 3 mesi, aggiungerei alle sue risate. Da quando ho scritto della mia amica, che di professione fa l’amputatrice improvvisata, e di quello specifico tentativo di fare pratica sulla mia persona, in macchina, direzione Pescara (per leggerlo clicca qui), attiro inevitabilmente la derisione popolare con la facilità con cui Kobe Bryant centra un canestro. È sufficiente una parola tipo dito o dita (o a essa collegata es: mano è ovvio, ma pure dittatura per dire, che la contiene) a far salire un risolino sulle labbra dell’interlocutore concentrato a nasconderlo, ma io lo capisco subito che ha letto il mio post delle dita schiacciate dalla mia amica. Pensate che Marco ha pure aperto un gruppo su Facebook a cui ha dato l’eloquente nome Le dita schiacciate di Matteo Grimaldi.
Ebbene, nonostante sia consapevole della pericolosità dell’argomento, mi tocca parlarne ancora perché ci sono degli sviluppi. Ieri mi sono deciso a recarmi dal mio medico di famiglia per chiedere lumi su una pallina misteriosa parcheggiatasi, in data e ora non ben definite, alla base del dito medio della mia mano sinistra, e su un accartocciamento sospetto della pelle del dorso dello stesso dito medio e pure dell’indice.
Arrivare sul tardi per aspettare di meno funziona quasi sempre, tranne ieri. Il container è affollatissimo di donne scalpitanti tenute a bada dalla simpatica segretaria Gab alla quale, con barbaradursiana espressione contrita, mi rivolgo: “Scusami, non ho preso appuntamento…”.
“L’appuntamento non si prende più, ti segno nell’elenco” mi risponde mentre aggiunge il mio nome alla fine della lista su un post-it incollato sul bordo del tavolo.
L’attesa sembra destinata a durare parecchio. Le signore brontolano, sbuffano, guardano l’orologio, riflettono ad alta voce sul poco tempo che la vita riserva. Loro che devono pensare sempre a tutto, a partire dalla cena che bisognerà arrangiarsi perché ormai la Coop sta chiudendo. Qualcuna si destreggia, tentando di coinvolgermi, in ardue operazioni matematiche per calcolare a quando il suo turno. La confidenza di una donna a una donnona impellicciata diventa l’argomento di discussione per tutte loro con l’orecchio teso. La donna non riesce a mangiare la carne di un allevatore di sua conoscenza perché, nonostante l’ovvia genuinità, ha sempre un retrogusto cattivo. Tutte danno il loro contributo.

Gli animali vanno ammazzati e trattati in un certo modo prima di cuocerli e servirli a tavola. Per esempio, il coniglio, innocuo, piccolo e scattante nelle vaste praterie di Nonna Papera, se non lo lasci per un paio di giorni a ripulirsi, attraversato dall’acqua limpida possibilmente di un fiume di montagna, sa di cacca. Immangiabile così come i suini, che vanno scannati immediatamente dopo il colpo di pistola, altrimenti il sangue non esce nella sua totalità e la carne assume un sapore forte che molti attribuiscono alla mancanza di conservanti, il sapore della carne nostrana che si riconosce, e invece no. Non è vero che la carne sana deve per forza fare schifo. Il retrogusto delicato non glielo danno i trattamenti commerciali che subisce fino all’impacchettamento, ma qualche  fondamentale accorgimento. Le bestie non devono potersi muovere troppo nel corso della crescita. Bisogna allevarle in recinti stretti, perché se no la carne è stopposa e non la tagli neppure con una motosega, e quando mastichi non va giù.

Io non ho proferito parola e, per tutto il tempo, ho valutato seriamente l’eventualità di diventare vegetariano.
La pallina è una piccola cisti causata, sembrerebbe, dalla cicatrice che la ricopre, ricordo di bambino curioso al quale non era sufficiente la spiegazione di Madre: “Nella clessidra c’è la sabbia del mare”. No, dovevo verificare cosa fosse la polverina che, capovolgendo la clessidra, scandiva il tempo e così l’ho sfondata con una matita. I vetri mi hanno sfondato il dito.
“Se la incidiamo, facciamo più danni che altro. Tienitela che magari, all’improvviso, per un’involontaria pressione, scoppia, il liquido si disperde sotto la pelle e te la togli dalle scatole senza intervento. Quelle sul polso una volta si facevano scoppiare con una moneta da 100 lire.”
La luce sadica nei miei occhi deve averlo convinto ad aggiungere: “Non è che ti ci dai una martellata? Che ti spacchi il dito e la cisti rimane là”. L’ho rassicurato, mentre cominciavano già a materializzarsi i primi abbozzi del mio piano fai da te a cui ho dato il nome Maledetta cisti, esplodi! e che sto mettendo a punto in queste ore. Quando gli ho fatto vedere i bozzetti secchi sull’indice e sul medio, ha detto: “Sembrano dei semplici calli”.
“No, perché si evolvono. Crescono, è come se qualcosa camminasse piano piano, negli anni, e mi distruggesse la pelle.”
Ha sgranato gli occhi: “Non ho mai visto niente del genere”.
Mi toccherà pazientare per una ventina di mesi perché io non c’ho soldi per farmi visitare da un dermatologo nel suo studio privato. Quando arriverà il giorno dell’appuntamento in ospedale, probabilmente avrò perso l’uso della mano sinistra, ma mi consolo. Pensate se fosse stata la destra! Con la sinistra riesco a farmi a malapena il bidet e poco altro… ehm.
Tanto che c’ero mi sono fatto assegnare un check-up di analisi completo, che sono 3 anni e più che non mi do una controllatina. A casa ho condiviso il responso del dottore con Madre. Naturalmente lei ne sa sempre una più del Dialogo, figuriamoci di un comune medico di base, per quanto bravissimo (il mio non lo cambierei con nessun altro al mondo) e quindi ha sentenziato: “Quello è un cumulo di grasso”.
“No, è una cisti dovuta alla cicatrice che ha modificato la natura della pelle e…”
“È un cumulo di grasso. Continua a mangiare così e vedrai quante altre ne spunteranno!”
“Ma non sono ingrassato neppure di un etto!”
“Tu no, ma il tuo dito sì, e pure parecchio, mi pare!”

Non cestinarmi! Sono la prima notifica nuova

Cari iscritti al blog, voi che siete attenti frequentatori di queste pagine, avrete notato qualche impercettibile malfunzionamento nella newsletter che, in questi ultimi 2 giorni, s’è messa a inviare email all’impazzata segnalando articoli di 5 anni fa, per un totale stimato di circa 16 inutili notifiche.
Uno apre l’email, legge: Ciao, hai 16 nuovi messaggi! e pensa: Uh, e di chi mai saranno?! Che sia proprio Claraflora, che ha finalmente deciso di accettare il mio invito a cena, oppure la Sony, che vuole investire sul mio giovane talento cantautorale o chissà, Muccino in persona, che mi vuole come protagonista del suo prossimo film girato a New York… e invece no. Solo quel coglione di Matteo Grimaldi. Esattamente!
Sono desolato. Mi scuso e mi spiego partendo da un antefatto, perché la newsletter – va detto – mica è pazza!
ANTEFATTO PER ARRIVARE AL FATTO
Qualche settimana fa, Splinder, la famosa piattaforma di blogging con oltre 600mila utenti registrati e poco meno di blog creati, pubblica nella homepage un messaggio per nulla rassicurante.

ATTENZIONE!
Da giugno non sarà più possibile iscriversi al servizio e acquistare o rinnovare i pacchetti avanzati SplinderPRO.

Chiude pure Splinder, penso. Comunque a giugno manca ancora un po’, gli utenti avranno tempo e modo di traslocare il proprio blog su altre piattaforme e informare i lettori del passaggio. Non proprio, perché il precedente messaggio è stato rimpiazzato da un altro, del quale sono riuscito a catturare un’immagine, che non lascia scampo.

Questo vuol dire che già fra qualche settimana probabilmente Splinder cesserà di esistere, o forse no, ma non si occuperà più di blog; si vocifera che commercerà loghi, suonerie e vari ed eventuali servizi per la telefonia.
Mi dispiace perché.
- I ricordi partono da una domanda che il mio migliore amico mi pone alle 3 di notte di 6 anni fa: “Tu che scrivi tanto, perché non ti apri un blog?”
“Ci stavo pensando” rispondo, accompagnando le parole a un coreografico e convincente assenso col capo, prima di tornare a casa e cercare su Google: blog. Se ci pensavo rivedevo Blob, la creatura informe e gelatinosa che, nel film Fluido mortale, si nutre della gente e cresce a dismisura. Il mio primo blog lo chiamo La Stanza del Matto, su DiaBlogando, la piattaforma appartenente al gruppo editoriale RCS; qualcuno se la ricorda? Si poteva scegliere fra 3 soli template. Il mio era dinamico. Nelle ore diurne c’era il cielo azzurro con le nuvolette bianche, dopo le 19 arrivavano le stelle e la luna su sfondo nero. Pensate alla complicazione di dover trovare il giusto colore per il testo che stesse bene con l’azzurro, ma non fosse troppo chiaro per non sparire fra le nuvole, e nemmeno troppo scuro se no, al calare della notte, beato chi legge! Ero felice di far parte di una community fedele, che rifuggiva i grandi numeri delle metropoli fuori per riunirsi la sera davanti a una storia. Un brutto giorno apprendiamo la notizia della prossima chiusura di Diablogando tramite un messaggio lasciato in home dalla redazione, simile a quello che oggi contemplano attoniti gli utenti di Splinder, me compreso. A contare erano le conseguenze. La dispersione, l’allontanamento alla ricerca confusa di un tetto più sicuro; io ho scelto Splinder.
- Quelli su Splinder sono gli anni in cui la mia vita ha preso una direzione ostinata e lo devo alle soddisfazioni e all’affetto che i lettori di allora mi hanno regalato.

  • Le 500 visite al giorno che convinsero Kimerik a investire sui miei racconti.
  • La prima edizione di ‘Non farmi male’, polverizzata grazie ai lettori del blog.
  • Certi giorni cupi mi chiudevo nella Stanza stretto dalle insicurezze. Decine di commenti davano vita a un’esplosione di meravigliose minchiate, e io riuscivo da lì col sorriso. È stato bello.

Poi il boato della terra e il buio. L’uscita di ‘Supermarket24’ e i troppi disservizi di Splinder che versava in uno stato di perenne manutenzione – mi faceva aggiornare solo quando lo diceva lui e vi assicuro che Giucas Casella avrebbe dimostrato maggiore generosità – mi hanno convinto a traslocare nuovamente, stavolta su un dominio personale. Ora, da qui, assisto alla sua chiusura con il dispiacere che mi dà l’idea che esista un interruttore capace di spegnere 2 anni di passato.
IL FATTO DELLA NEWSLETTER MEGALOMANE
Quegli anni bisognava salvarli. Ho trovato un plugin che faceva proprio al caso mio. Si chiama Splinder Importer e, in poche facilissime mosse, permette di traslocare tutti i post (in ordine di datazione e senza sovrascrivere), commenti inclusi, da Splinder a un’altra piattaforma. Per iniziare al meglio ho distrutto irreparabilmente il template di Splinder, poi  ho chiamato a rapporto il fedelissimo grafico Pino. Mi rivolgo a lui quasi sempre sul punto di non ritorno, con la disperazione alle stelle, come faccio con la Madonna, insomma.
Facciamo partire l’incorporamento. Neanche il tempo di sperare che tutto stia andando bene, che una mitragliata di segnali acustici mi sussurra delicatamente che stanno arrivando email a tutto spiano. Il mio efficientissimo servizio di newsletter si affannava ad avvisare tutti gli iscritti, un’email per ogni nuovo post incorporato.
Per fortuna siamo riusciti ad agire in fretta e a disattivare lo script isterico, prima che potesse trasformarsi in un’arma micidiale capace di saturare e far esplodere le vostre caselle di posta elettronica, sentendosi in dovere di notificarvi tutto il vecchio blog e cioè circa 500 post. Adesso è davvero tutto risolto.
Chiudo cercando di dare al post una valenza socialmente utile. In questa pagina, coloro i quali stanno odiando Splinder con tutte le forze possibili, trovano le indicazioni per traslocare il blog. Splinder Importer è piuttosto intuitivo (se ci sono riuscito io…). Spero che la figuraccia possa servire almeno ad aiutarvi a risolvere le conseguenze del lutto splinderiano.
Ah, se siete fra i 6 miliardi e 999milioni e 999mila e 982 che non l’avete ancora fatto, cliccate su RESTA AGGIORNATO (in alto) e inserite il vostro indirizzo email nell’apposito campo, riceverete così una notifica (soltanto una, promesso) ogni volta che pubblicherò un nuovo post. Dopo quanto accaduto, voglio vedere chi avrà il coraggio di farlo. Almeno, la prossima volta che mi rivolgerò soltanto agli iscritti, non vi sentirete esclusi.

Il più grande spettacolo dopo il weekend

Ieri sera ho ri-scoperto la funzione primaria del mio apparecchio televisivo, che non coincide con quella che gli ho assegnato negli ultimi anni: ripiano su cui sta bene tutto ciò che non trova spazio sul ripiano a esso in precedenza assegnato.
Qualche esempio e relative minimali argomentazioni.
- Il giorno del mio compleanno mi regalano 9 peluche. Mettiamoci nell’ipotesi più radiosa che io riesca a sistemarne fra i 4 e i 6 sulla peluche-mensola, ne restano comunque un paio fuori. Che faccio, li butto? No; pure se sono i più brutti dei 9, li metto sulla televisione che danno un po’ di colore.
- Nella mia stanza i libri continuano ad aumentare, ma non aumenta proporzionalmente la dimensione fisica della libreria. In attesa di poter cambiare stanza o comprare una nuova libreria più spaziosa, sto erigendo colonne di volumi che partono dal pavimento e soffocano l’aria attorno alla televisione, il cui schermo è, per più della metà, oscurato dai libri accatastati.
- Madre crede fermamente nel periodico svuotamento di Villa Madre dal vecchiume. Stabilire cosa rientra nel vecchiume è unicamente compito suo e decisione insindacabile. Nonostante ciò, non riesce a disfarsi dell’oggettistica accumulata in anni di viaggi (delle sue colleghe) e riversata inizialmente nel nostro salotto, poi sulla mia televisione.
La collezione, istallata su 2 tavolinetti, è composta di:
- 3 gondole di ferro.
- Una scarpetta di Cenerentola in vetro ché, di cristallo, evidentemente costava troppo.
- 2 torri di Pisa storte, con accanto un alberello dritto, per far notare.
- Una Tour Eiffel che, se spingi l’interruttore, spruzza una fragranza alla mela verde.
- Tartarughe di legno di diverse dimensioni e colori, che pare portino anche fortuna: questa la motivazione che avrebbe indotto le rispettive colleghe all’acquisto, quindi molto pensato.
- Un tulipano di carta tutto stropicciato.
- Corna e cornetti rossi napoletani.
- La miniatura in plastica di una cassata siciliana.
- Un toro di Madrid, sempre in miniatura.
- Una cabina telefonica londinese.
- 2 palle (ma 2 palle…) di vetro con dentro la neve che cade sulle regge di non so quali città.
- Un numero imprecisato di tazze da latte con ritratta la formula vincente: I Cuore Città.
Quando ho trovato il toro di ceramica di Madrid sulla mia televisione, ho capito che gli oggetti-ricordo di Madre stavano colonizzando il mio spazio, dedicato a quanto di mio uno spazio non ce l’ha, che quindi è diventato uno spazio comune.
Ieri sera ho spazzato via tutto con una manata, mi sono sintonizzato su RAI1 e ho atteso paziente l’inizio del Più grande spettacolo dopo il week end, il ritorno di Fiorello in televisione.
L’avete seguito? Vi è piaciuto?
A me tantissimo. Dal monologo iniziale su Berlusconi e sulle bandane a mezz’asta ad Arcore, al siparietto con la Hunziker sul culetto della Merkel. Dalla partitella a tennis-padella vinta contro Novak Djokovic, ai duetti con Giorgia, alla quale bisognerebbe impedire di non cantare dal vivo, tanto è brava, e Giuliano Sangiorgi, al quale consiglio di mangiare qualche etto di pasta in meno.
Io, che sono un fan della normalità, dello show vecchia maniera, non vi nego che ormai ci avevo rinunciato. Sono stato felicissimo di essere smentito da oltre 3 ore di risate di cuore, quelle risate roboanti che ti partono da dentro ed esplodono.
I 10 milioni di spettatori con picchi di 12, con quasi il 50 per cento di share, dimostrano che noi non siamo l’Italia che ci vogliono far credere, che noi il Grande Fratello non vogliamo sapere neppure più che cos’è. Mi spiace per Alessia Marcuzzi, che è anche simpatica e ci sta rimettendo la faccia, ma che la smettano di propinarci una televisione che insulta la dignità umana. A me piace la televisione di ieri sera. Uno show pensato, scritto, costruito, non un reality show (perché la reality di 4 burini dovrebbe meritare le telecamere nazionali?), preso in mano dall’unico grande showman che ci rimane, capace di reggere 3 ore di spettacolo incredibili, senza registrare un solo momento di calo: Fiorello. A voi viene in mente qualcun altro?