Questa stupida convinzione di avere il cuore più grande del mare

mercoledì, 10 marzo 2010 | Permalink | 2 Commenti

Continua a seppellire i miei ricordi. Continua a mascherare il mondo. A riempire gli squarci degli edifici esplosi. A far tacere le voci inutili e le risatine sarcastiche. A raffreddare i sentimenti e a riscaldare i boccioli invisibili. Continua ad annebbiare la vista di chi impotente sbuffa. Ad appesantire le tegole di un tetto che non ha ceduto. Continua a farti odiare da me che gradualmente ti capisco, perché ritrovo in te tutto quello che nessuno ha mai afferrato, amato e portato via di Matteo.
Siamo uguali perché prendi la vita per stanchezza. Alla fine a qualcuno simpatica dovrai esserlo per forza perché, vuoi o non vuoi, tu continuerai a cadere, incurante di chi ha un appuntamento, incurante di chi vuole il sole e le stelle.
Che noia il sole e le stelle se non sai con chi lasciarti accecare, se non sai con chi contarle.
Forse è per questo che ti odiavo prima, perché non ero capace di capirti, afferrarti e portarti via. Io non mi capisco quasi mai. Comincia a infastidirmi questa stupida convinzione di avere il cuore più grande del mare. Come ho smesso di odiare te forse un giorno imparerò a comprendermi e ad apprezzare il dubbio di quel rosso, che brucia all’idea che un’altra volta, incurante, l’amore abbia proseguito, per niente attratto da un tale calore. Avrei proseguito anch’io se fossi stato l’amore. Avrei proseguito anch’io per niente attratto da un tale calore. Quale calore?
Il mio fuoco brucia senza scaldare. Brucia tutto in poche settimane e non lascia niente, neanche la cenere. Non c’è bisogno di ripulire i resti, non ci sono resti.
Dopo tanta neve. Dopo che il cielo in mille modi ha provato a gridarmi: “Ehi, io sono la neve e tu devi amarmi”. Niente da fare, maledetta neve. Anzi, smetti pure di cadere perché mi stai rovinando l’esistenza, mi stai togliendo emozioni, mi stai facendo odiare la poesia della neve che sei.
Quanto poco orizzonte vedevano i miei occhi. Quanto inutile male gridavo al cielo che così tentava di tenermi al riparo, coprirmi di neve per non farmi vedere a nessuno. Segnare distanze chiare. Costruire barriere che impedissero alla pelle di incollarsi troppo e definitivamente, interrompendo di continuo il processo di fusione.
E ora cammino sui sampietrini farinosi di freddo, guidato dal fruscio ovattato dei fiocchi che cadono leggeri sui ricordi. Ci sono solo io fra queste strade abbandonate da undici mesi. Io e la neve che si liquefa e scivola per il corso, i portici. Bagna i davanzali, gli uffici, il pavimento piastrellato della profumeria. In questo teatro triste nessuno spettacolo verrà più rappresentato.
Cammino a fatica e tengo le lacrime nel cuore. Cammino fra le macerie.
Le macerie.
Le macerie.
Le macerie.
E, abbracciato da questa neve coraggiosa, mi sento invincibile.

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