L’amico di una vita di Roddy Doyle è 100% occhialoni

Alcuni libri li compro in edizione cartonata e li leggo 2 o 3 anni dopo, quando in libreria è arrivato il tascabile (gran genio del risparmio), altri invece attraversano il mio orizzonte di lettore come fulmini. Non è detto che siano migliori dei primi. Di certo hanno qualcosa che sfugge le logiche e riesce a far saltare loro tutte le code.

100% occhialoni

Di Roddy Doyle non avevo letto nemmeno Paddy Clarke ah ah ah!, fatto sta che quando in libreria è arrivato L’amico di una vita non ci ho pensato un istante a pagarlo e portarmelo a casa.
Il titolo ha una semplicità e allo stesso tempo una forza capaci di creare, almeno su di me, un’aspettativa enorme. Trovo che raccontare l’amicizia sia una sfida vinta da pochi e allo stesso tempo una battaglia che meriti di essere combattuta sempre con nuove armi.
Sono troppi i sentieri ancora da percorrere, le motivazioni sottili, le esperienze che fondono 2 o più esistenze, per pensare che sull’amicizia sia già stato scritto tutto.
Così ho voluto dare fiducia a quell’aspettativa, e la posizione degli occhialoni nella foto sta a significare che è stata ben riposta.
L’amico di una vita è un lungo racconto più che un romanzo, non tanto per la brevità (un centinaio di paginette velocissime), quanto per la costruzione narrativa.
La trama ruota attorno a un solo evento principale, che è la morte di Joe. La scena si svolge quasi esclusivamente a casa di Joe, amico intimo del protagonista Pat. Una manciata di personaggi: Pat e sua moglie Sarah, Joe e sua moglie Karen, qualche vecchia conoscenza presente alla veglia funebre a casa di Karen e Joe.
L’intreccio non è particolarmente elaborato e questa non vuole essere un’annotazione penalizzante, anzi, è una scelta precisa che definisce ulteriormente la natura dell’opera.
Pat e Joe hanno rotto da anni a causa di una brutta lite per un cavallo e tre donne, e si riparlano solo la sera della vigilia del funerale di Joe.

Ho rivisto Joe la sera prima del suo funerale […] Non è una cosa che capita tutti i giorni, no? Se era la sera prima del suo funerale, Joe doveva essere morto. Ecco cosa state pensando. E avete ragione. Era morto. Era morto. Però poi mi ha parlato.

Joe è seduto nella bara, al centro del salotto, e non sembra per niente morto. Saluta l’amico, è contento di rivederlo, ma sa molto più di quanto Pat pensi. Dal loro assurdo dialogare emergono dettagli che chiariscono da un lato il passato, dall’altro le sensazioni che hanno tormentato Pat dal preciso istante in cui Sarah gli ha comunicato la morte dell’amico.
Pat ha trovato un equilibrio, a prescindere dalla quantità di felicità raccolta nel corso della sua vita, e il confronto con Joe lo destabilizza risvegliando tutti i desideri. Pensava fossero soltanto illusioni giovanili e invece sono buchi profondi mai colmati. Trovarsi a parlare con l’amico lo illude di poter cambiare il passato. Se Joe che è morto, in verità non lo è, visto che gli sta parlando, allora c’è ancora il tempo per rimediare, per cambiare strada, inseguire un vecchio amore, riaprire una porta, riprendersi la vita che non ha avuto. Oppure no?

Punto di forza e carburante di questa storia sono i dialoghi, che raccontano gli stati d’animo molto meglio di quanto saprebbero fare accurate descrizioni. Come questo fra Pat e Karen, la moglie di Joe.

– Pat – disse. – Mi fa piacere che tu sia venuto.
– Anche a me – dissi. – Vorrei solo…
– Cosa?
– Vorrei averlo fatto prima.
– Pazienza – replicò lei. – Joe ha detto la stessa cosa.
– Davvero?
– Sì.
– Siamo stati stupidi.
– Sì – disse lei. – Lo siamo stati.
– Intendevo io e Joe – precisai.
Sentii il viso avvampare.
– Sì – disse. – Anche voi. Comunque eccoti qua.
Mi abbracciò. La baciai sulla guancia. Il suo orecchio era lì, pronto per le mie parole.
E vidi mio figlio guardarmi.

Li vedi, Pat, Karen e i loro sguardi di non detti, e ti sembra di ascoltare le preoccupazioni che li legano e che fanno molto più rumore della morte di Joe.

Mentre leggevo mi domandavo che idea avesse Roddy Doyle della morte. E allora, ormai quasi alla fine, ho stoppato la lettura e ho cercato on-line info sull’autore. Roddy Doyle è ateo. La religione non gli interessa. È convinto che dopo la morte non ci sia nulla, che si muore e basta.
E allora perché decidere di incentrare tutta la storia sulla morte? Fermare l’azione in un preciso momento, che nessuno di noi può conoscere davvero, e raccontarlo, lui che non ci crede, estenderlo, intrappolarci i protagonisti come in una cantilena?
L’idea che mi sono fatto è che Roddy Doyle voglia costruire un aldilà personalizzato per Pat e Joe, che sono molto più importanti della verità sull’aldilà. Due che ne hanno bisogno, perché non ce li vedi proprio in un Paradiso bianco a svolazzare piumati.

L’amico di una vita è un condensato di sentimenti: dall’amicizia all’amore passando per il dolore sordo causato dall’assenza e dal tempo che questa dura. Roddy Doyle riesce a raccontare, attraverso una penna sorridente, il senso di inadeguatezza che ci blocca e spesso ci fa perdere l’opportunità di fare la cosa giusta proprio con l’amico di una vita, l’unico per il quale valga la pena.

MURAKAMI HARUKI, COME UNA SALAMANDRA CHE ALL’IMPROVVISO SI TRASFORMA IN UNO STRUZZO. MA, SOPRATTUTTO, PERCHé?!

Ci eravamo lasciati col patto di sangue che mai e poi mai mi sarei ritrovato un altro libro di Murakami fra le mani. Almeno non con l’intento di leggerlo. Chi non ricordasse il perché, può rapidamente recuperarlo cliccando qui.
E invece… l’ho rifatto. Sì, ho comprato L’arte di correre (pagandolo con soldi veri. Non tanti: 11 euro, che comunque buttali via…). Ho sottovalutato la comprovata mia sensazione che Haruki Murakami non avesse più nulla da dire, piombato nel buco nero delle Nauseabonde Similitudini, e invece che considerarla granitica certezza e cancellare di conseguenza il suo nome dalla lista degli scrittori dell’Universo, mi sono lasciato di nuovo trarre in inganno dalla quarta di copertina.
A mia, solo parziale, discolpa stavolta si potrebbe dire che, se quella dell’Incolore… era ingannevole, quella dell’Arte… deve averla costruita una squadra di subdoli criminali della parola che mi conoscono più di mia madre, e sanno quanto io creda nella fatica quotidiana del lavoro e poco nel talento come esplosione creativa.

Una riflessione sul talento, sulla creatività, e più in generale sulla condizione umana. L’autoritratto di uno scrittore-maratoneta […] la sorpresa di scoprire che un autore celebrato per la potenza della sua fantasia sia in realtà una natura estremamente metodica, ordinata, agli antipodi dello stereotipo dell’artista tutto genio e sregolatezza.

Parole che hanno avuto su di me l’effetto di una busta di crocchette agitata davanti al naso di un grasso gatto affamato. Allora, amici di Einaudi, visto che io le vostre quarte le leggo sempre con piacere e curiosità, mi rivolgo a voi e vi domando: non li potreste scrivere voi i prossimi libri di Murakami? E magari rimettere mano anche ai vecchi?
Dovevi insospettirti, Matteo. Avete ragione, ma io continuavo a ripetermi che Murakami in questo libro è di se stesso che racconta, mica di una creatura che emerge dagli abissi. Scrive della sua vita, la vita di uno che fa lo scrittore e corre, lo scrittore-maratoneta (?). Un essere umano che ha raggiunto il successo, sì, ma comunque soggetto alle leggi del Cosmo, della Natura. Insomma, all’interno di una biografia di 146 paginette mica avrà potuto infilarci misteriose onde che risucchiano l’anima o facce nell’ombra di lune che restano sempre al buio, no?
E invece sì, Matteo, sì!
Da qui, l’esigenza di dare seguito a quel post nella sentitissima speranza che questa non diventi una trilogia, perché al terzo episodio soccomberei.

neonato_incazzato

Ma ‘sta cosa dell’affanno non l’aveva già detta quattro maratone fa?

L’arte di correre viene presentato come il libro autobiografico di un artista della parola, il racconto della sua vita intrecciato a quello della sua più grande passione: la corsa.
No, non è così.
L’arte di correre è la cronaca delle maratone di un orientale tormentato dall’ossessione per l’accumulo compulsivo di endorfine. E quando dico cronaca delle maratone, intendo la descrizione dettagliata dei paesaggi, del vento, delle crepe dell’asfalto, del ritmo del battito cardiaco e del graduale cedere dei muscoli delle gambe.
Per intenderci, la prima gara di Haruki Murakami è stata sulla distanza dei 5 chilometri. Breve, in fondo, se non fosse che  l’Autore con la A maiuscola quei 5 chilometri ce li racconta tutti, passo dopo passo, metro dopo metro di cemento, albero dopo albero, soffio dopo soffio di vento, battito dopo battito del cuore. Il lettore, senza accorgersene, e quindi impossibilitato a qualunque tipo di autointervento difensivo da questo meccanismo stordente, viene risucchiato in un loop podistico di partenza – gambe stanche – vento – alberi – acqua – traguardo – ripartenza  – avversari che lo superano – manca l’acqua – manca il fiato, e si ritrova continuamente a riflettere sull’affascinante fenomeno del déjà vu.

Comunque, se fino a pagina 119 la storia, che come immaginerete non è propriamente un’escalation di fantasmagorici slanci, si fa leggere e in alcuni tratti garba come le biografie sanno fare, 27 pagine prima del previsto (solo 27, capite? Ci era quasi riuscito!)  dev’essersi esaurito l’effetto del sedativo per elefanti che il buonsenso gli aveva sparato alle chiappe, e il Demone Protettore della Similitudine a Tutti i Costi improvvisamente si ridesta in un’esplosione di magma murakamico dal devastante potere distruttivo.
Non sto dicendo che le prime 119 pagine sono similitudo-free, attenzione, ma che la densità di queste, per quanto come al solito inutili alla narrazione e spesse volte ridicole e insensate, nella prima parte del libro per lo meno non ne disgusta la lettura, almeno non fino al punto del non-ritorno.
Cito le 3 più significative del pre-devastazione.

  1. Pag 91 – Haruki Murakami sta disputando una maratona (abituatevi all’idea perché, per tutto il libro, Haruki Murakami sta sempre disputando una maratona) e in prossimità del 50° km prova ciò che per noi umani sarebbe assolutamente normale al 3° km, figuriamoci al 50°, invece per lui assume i connotati del mistero. “Mi è sembrato di avvertire una sensazione diversa, i muscoli delle gambe si stavano indurendo.” Mura, hai corso per 50 km, fatti due domande! “Se ci fosse stato un punto di distribuzione d’acqua avrei bevuto perché la disidratazione mi inseguiva come un infausto destino. Similitudine che già di suo sarebbe bastata a rovinare un intero romanzo. Ma ad Haruki non basta, e perché nessuno dei suoi lettori possa rischiare di non comprendere appieno l’esatta sensazione di un disidratato, aggiunge che la disidratazione lo inseguiva “come una regina della notte dal cuore pieno di tenebra“. Ma chi è questa regina della notte dal cuore pieno di tenebra? Qualcuno, disidratandosi, l’ha mai vista? Potrebbe fornircene una descrizione?
  2. Pag 93 – Haruki Murakami si trova al km 55 (quindi 2 pagine per descrivere 3 km. Vi state facendo una vaga idea?), e le sensazioni cambiano. “Mi sentivo come una cotoletta di manzo passata attraverso un tritacarne.” Mi raccomando, che sia di manzo. E anche qui c’era bisogno di aggiungere immagini su immagini e allora (occhio che questa va seguita con attenzione): “O un’automobile cui si voglia far fare una salita con il freno a mano tirato a fondo.” Quale essere umano con facoltà mentali mediamente funzionanti potrebbe decidere di costringere un’automobile a percorrere una salita col freno a mano tirato a fondo?
  3. Pag 102 – Il miracolo Murakamico si compie. State per assistere alla Similitudine Poker Potenzialmente Infinita. Murakami si domanda come mai a un certo punto della maratona (e quando, se no?) subentri in lui l’abbattimento del corridore, e trova la risposta a tutte le domande dell’Universo: “forse la vita è così”. E va avanti: “Forse è una cosa che dobbiamo semplicemente accettare. Come le tasse (e one!) come i flussi delle maree (e two! E tornano le ambientazioni acquatiche), come la morte di John Lennon (e three! Con quale logica ha scelto l’eccellente morto da citare?) come un errore dell’arbitro durante i campionati del mondo (e four! I campionati del mondo di cosa? Vanno bene tutti gli sport oppure bisogna pensare a uno in particolare, tipo il manzo di poco fa?).” Perché non aggiungerne altre? Dài, come il pesce che dopo 3 giorni puzza, o come il lampo che viene prima del tuono, o come un cane che abbaia e una pecora che bela. Brivido.

Entriamo nel vivo. Le similitudini della seconda parte:

  1.  Pag 123 – Murakami è riuscito ad arrivare al traguardo dell’ennesima maratona in meno di 4 ore, ma non è per niente soddisfatto. “Mi è rimasto un insopportabile rimpianto, come un brandello di nuvola scura impigliato dentro lo stomaco. Un brandello di nuvola scura? Impigliato? Ma come si fa a impigliare un brandello di nuvola? Si impigliano soltanto i brandelli scuri o anche quelli delle nuvole chiare? Interrogativi ai quali varrebbe la pena dedicare una serie di 8 puntate di Voyager. E poi se la prende con Lui. “Perché doveva venirmi quel maledetto crampo? Se in cielo c’è un Dio, non potrebbe darci ogni tanto un piccolo segno della sua esistenza? Non potrebbe mostrarci almeno un piccolo segno della sua benevolenza?” Infatti, io proprio non lo capisco questo Dio che non si prende una pausa dai problemi del mondo per dedicarsi a non far venire i crampi a Murakami, lo scrittore-maratoneta.
  2. Pag 124 – Di nuovo l’insoddisfazione al traguardo di un’altra maratona, e la sua impossibilità a spiegarsela (–> Déjà vu). “La ragione io non la conosco. Oppure è semplicemente da cercarsi nel fatto che sto invecchiando. O in qualche altro fattore, che ne so… (?) Magari in qualcosa di grave che mi sfugge. Comunque sia, a questo punto, il discorso si esaurisce negli oppure. Come un magro corso d’acqua che venga assorbito silenziosamente dalla sabbia del deserto.
    Ecco, avete assistito alla Super Similutudine No Sense condita di Ovvio Mistero. Si tratta di una figura retorica rarissima all’interno della produzione letteraria mondiale, in grado di far perdere fra le sue spire anche lo stesso Murakami che a un certo punto non ci capisce più niente e mette i puntini di sospensione. E poi, ve la immaginate la sabbia del deserto che assorbe un corso d’acqua non silenziosamente? Tipo col risucchio?
  3. Pag 125 – Murakami affonda nelle pippe mentali. Pensa a quando le sue condizioni fisiche non gli permetteranno più di battere tutti i record, a quando le persone lo esorteranno a smettere (non di scrivere i libri, di correre!) e decide che se ne infischierà: “Perché sono fatto così”. Concetto sufficiente, chiaro, completo? No! “Come lo scorpione punge, come la cicala sta attaccata all’albero, come il pesce ritorna al fiume dove è nato, come le anatre maschio e femmina si cercano l’uno con l’altra”.
    Ci ho riflettuto e la mia conclusione è la seguente: la Similitudine Poker Potenzialmente Infinita è la conseguenza di una specie di embolo che gli parte all’improvviso.
  4. Pag 125 (la stessa) – Il capitolo si chiude con una presa di coscienza dell’autore. “Un produttore di Hollywood (Murakami valuta proposte solo dai produttori di Hollywood) che volesse trarre un film da questo libro, arrivato all’ultima pagina lascerebbe perdere.” Bene, sfido chiunque a presentarmi un produttore, non importa che sia di Hollywood, mi va bene pure che venga da Sclafani Bagni in provincia di Palermo, che leggendo L’arte di correre abbia pensato, anche solo un istante, di trarne un film.
  5. Pag 128 – Murakami si accinge ad affrontare la sua prima gara di triathlon. Sarà entusiasta e ultramotivato? No, sta lì sul bagnasciuga a spararsi sulle palle. “Mi preparo a nuotare per millecinquecento metri, pedalare per quaranta chilometri e correre per dieci (tiratela anche meno, comunque). Ammettiamo che ci riesca. E poi? Non sarà come ostinarsi a versare acqua in un vecchio vaso forato sul fondo?” Ma chi è che passa il tempo a versare acqua nei vasi forati? Forse lo stesso che costringe le automobili a procedere in salita col freno tirato.
  6. Pag 128 (due righe dopo) – “Non c’è un alito di vento, il mare è liscio come l’olio“. Originalità commovente.
  7. Pag 129 – Murakami sta per tuffarsi. Il mare è calmo per fortuna… No! Mai fidarsi del mare calmo. Perché? “Probabilmente era tutta una finta, in realtà a metà strada mi aspettava una brutta sorpresa, qualche orrendo, inimmaginabile evento.” Uno squalo bianco, ho pensato ridendo, ma naturalmente Haruki Murakami è avanti. “Nel mare erano forse in agguato frotte di meduse velenosissime. (!) Pedalando avrei incontrato un branco di orsi, affamati prima del letargo invernale. (!!) O mentre correvo un fulmine mi avrebbe colpito. (!!!) Uno sciame di vespe infuriate mi avrebbe sferrato un attacco improvviso. (!!!!) Mia moglie, che mi aspettava al traguardo, nel frattempo avrebbe scoperto qualche verità terribilmente spiacevole sulla mia vita.” (!!!!!) Ecco, mi viene da dire soltanto una cosa: povera donna!
  8. Pag 129 (è un tripudio) – Murakami  si guarda intorno. “Altre persone in costume da bagno e maschera aspettano impazienti il segnale di partenza. Sembriamo quasi dei poveri animali marini che siano finiti alla deriva su questa spiaggia per un capriccio della natura, e ora aspettino l’arrivo dell’alta marea.” Quasi, però. Non proprio degli animali marini. Qualcosa di simile, più misterioso. Comunque Murakami dovrebbe parlarne con qualcuno di questa sua ossessione per il regno subacqueo.
  9. Pag 133 – Dopo una lunga e stremante descrizione di una lezione di nuoto Murakami associa le capacità acquisite dall’allievo a un evento naturalistico di difficile comprensione. “Le tenebre si dissolvono (quali tenebre?), il cielo si rasserena (qui c’è aria di embolo in ripartenza) e finalmente si distinguono la forma e il colore dei tetti delle case che fino a quel momento si intravedevano confusamente. (Stiamo parlando di un ragazzino che impara a nuotare, al massimo può intravedere un trampolino, una tavoletta, il bordo vasca!). Sembrerebbe quasi l’esercitazione di un insieme di tamburi. (Perché voi mi insegnate che i tamburi, di tanto in tanto, si riuniscono in insiemi e si esercitano.) Per diversi giorni si ripete soltanto la parte del tamburo basso. Poi è il turno del cimbalo. Poi del tamtam… (?) uno per uno sono noiosissimi.” No Haruki, i tamburi non sono noiosissimi, sei tu che lo sei, tu!
  10. Pag 135 – Murakami è in attesa del segnale di partenza per l’ennesima gara di triathlon. Mi rendo conto, amici, ma il libro questo è. “Mi sono cosparso il corpo di vaselina in modo da potermi togliere il costume in un batter d’occhio quando esco dall’acqua. Ho fatto diligentemente stretching. Ho bevuto acqua a sufficienza. Sono andato alla toilette (se ci vuoi dire anche cosa hai fatto alla toilette). Non ho tralasciato nulla. Forse.” Ansia! Il gas l’hai chiuso?
  11. Pag 137 – In piena gara il pericolo incombe oscuro. “Com’è che non vedo più niente? La maschera si è appannata. Il mondo è avvolto in un vago biancore, come se stessi attraversando una fitta nebbia. (Haruki, l’hai appena detto, si è appannata la maschera, calma!) Mi fermo e in piedi nell’acqua pulisco in fretta la maschera con le dita. Non serve a nulla. Com’è possibile? Che razza di cretino! Di solito prima della gara la pulisco sputandoci sopra. Questa volta ho dimenticato di farlo.” E allora!!!

    salamandra

    Struzzo sarai tu!

  12. Pag 138 – Il passaggio dall’acqua ai pedali lo turba. “Tutto è diverso, cambiano persino i muscoli coinvolti. Come se una salamandra all’improvviso si trasformasse in uno struzzo.
  13. Pag 141 – Murakami è talmente orgoglioso di una passata similitudine che trova l’occasione giusta per autocitarsi all’interno dell’ennesima pippa mentale sull’utilità o meno del suo correre. “Anche ammettendo che compiamo soltanto una serie di atti vuoti, come per l’appunto versare acqua in un vecchio vaso forato, per lo meno resta il fatto reale che ci impegnamo. L’essenziale, per la maggior parte di noi, è qualcosa che non si vede, ma si percepisce col cuore“. Bella questa frase, dove l’ho sentita?
piccolo principe

L’ho detto prima io!

Chiudiamo con le riflessioni che l’autore ci regala nell’imperdibile postfazione.
“Ho impiegato molto tempo a scrivere questo libro e ho dovuto ancora limarlo e rifinirlo con cura.” E cosa è accaduto dopo? Hai per errore dato alle stampe la versione primordiale?
“Raccontando del correre ho cercato di chiarire i criteri che hanno ispirato la mia vita, sia in quanto scrittore di quest’ultimo quarto di secolo, sia in quanto persona qualunque.” Amici, se non siete scrittori per almeno un quarto di secolo allora pussa via, persone qualunque!
“Ho cercato di illustrare la mia concezione, ma non sono pienamente convinto di esserci riuscito. Nel momento in cui ho finito di scriverlo ho provato un senso di sollievo, come se avessi finalmente deposto un fardello.” Più o meno la sensazione complementare che ha provato chi invece quel tuo fardello se l’è ritrovato a leggerlo, Haruki.
“E desidero esprimere la mia profonda riconoscenza anche al mio editore, Oka Midori che ha pazientemente aspettato più di dieci anni che io le consegnassi il manoscritto.” Il mio pensiero va a Oka Midori, con estrema compassione, che trascorre dieci anni di non-vita in attesa del manoscritto di Murakami, poi lo legge e…

E’ il mio compleanno e me l’avete ricordato voi

Quando stamattina ho acceso il telefono, ha iniziato a mitragliare tutti i suoni delle notifiche. Quella di WhatsApp, quella del Messenger di Facebook, quella degli sms, e ancora WhatsApp e Facebook. Non finiva mai. Che cacchio succede, ho pensato. Mi sono preoccupato.
L’ho capito quando ho iniziato a spulciare i messaggi. Erano tutti auguri.
Voglio organizzare una bevuta, una cena. Le solite cose che si pensano quando di giorni ne mancano un po’. Solo che poi puff; la quotidianità strapiena deve aver relegato il mio compleanno in qualche angolino remoto della mente. E io me ne ero dimenticato!
Mi sarebbe piaciuto guardarmi da fuori, mentre leggevo gli auguri e continuavo a ripetermi Matte’, ma come hai fatto? e mi scappava da ridere. Scordarmi del mio compleanno. Non mi era mai capitato prima. Devo aver avuto una delle mie espressioni ebeti; quelle che non ti vengono le parole, che ti senti ingenuo, un po’ scemo.
Me lo sono spiegato riflettendo sulla mia vita di adesso.
Mi sto mettendo a dura prova, quotidianamente. Poi Flegetonte e i trentasette gradi previsti a Firenze non aiutano. L’ultimo periodo è stato più faticoso del precedente e si rivelerà meno faticoso dei prossimi mesi. Lo so già, e questo da un certo punto di vista è un vantaggio.
Ce la sto mettendo tutta per fare bene, anzi benissimo, tutto quello che mi permettono di fare. Dare cento se posseggo cento, e mille se posseggo mille, per vedere cosa succede quando dai tutto. Se è davvero comunque inutile, come dicono, perché se non conosci qualcuno lascia perdere in partenza, oppure se si arriva da qualche parte, come invece penso io.
Da quando vivo lontano fanno tutti il tifo per me. Forse lo facevano anche prima, ma ora lo manifestano di più. La distanza fa miracoli per certi rapporti. Mi incitano a inseguire i miei obiettivi, mi fanno notare quello che ho ottenuto finora, quello che potrò raggiungere se non mollo. Mi dicono di resistere, perché dove sono io può succedermi di tutto, mentre a L’Aquila niente, ma proprio niente di bello.
E’ un percorso solitario, il mio. Fatto di tante voci che però, com’è normale che sia, si spengono appena chiudo la porta di casa. Sarebbe bello portarvi tutti a vivere con me, per colmare questo silenzio amico, ma ci ritroveremmo dinanzi a una serie di complicazioni mica male. Servirebbe una casa più grande, un palazzetto praticamente, con decine di bagni però. E quindi quando sono solo, e non sono così stanco, mi fermo a pensare a tutte queste vostre parole che mi infondono il coraggio di andare.
Come se dovessi arrivare chissà dove, poi. Come se dovessi fare milioni di chilometri, scalare le montagne e la società.
Io sono contento che voi pensiate che sia nelle mie possibilità qualunque cosa io desideri. Ma oggi, in questo giorno particolare, che io stavo lasciando passare inosservato, oggi sì, voglio ringraziarvi doppiamente. Per gli auguri, così tanti, e perché, grazie ai vostri messaggi in tutte le forme che avete scelto per inviarmeli, ho capito che non è tanto quello che farò, ma quello che ho già fatto ad essere grande, anzi grandioso.
E questo, per un neo trentaquattrenne, mi pare un bel punto di ripartenza.

L’incontro con una lettrice

Chiacchieravo con un collega che sta scoprendo la passione per la scrittura. Entrambi in libreria, io in turno, lui di passaggio per un saluto.
Lui diceva di voler proporre il suo manoscritto a Einaudi, io gli dicevo di lasciar perdere i grandi, per il momento, e provare a costruirsi un background di pubblicazioni minori. Le chiamano minori, ma questo è un altro discorso.
Nei suoi occhi l’entusiasmo della passione nuova, nei miei la smorzata consapevolezza maturata negli ultimi dieci anni. Poi ci sta che lui pubblichi domani con Einaudi, glielo auguro di cuore  (nemmeno mi sorprenderebbe tanto, è molto bravo) e io continui con le pubblicazioni minori per sempre – benedette siano!
Ma non è di questo che volevo scrivere dopo nove mesi che non aggiorno il blog, ma di quello che è capitato mentre ne parlavamo, e nei giorni successivi, e poi dal gelataio.
– Devi puntare sempre in alto – dice una donna, ferma davanti al banco. – Poi fai sempre in tempo ad abbassare il tiro. E scusate se sono intervenuta così…
Ha gli occhi spalancati e quello che mi colpisce è il colore. Sono color ambra. Mi fanno pensare proprio a quelle gocce dorate che hanno conservato per millenni le zanzare del Giurassico, per dire. Sembrano illuminati da dentro. Vuole infondere fiducia, non tanto al mio collega che è un motore in accelerazione, quanto a me. Devo averle dato la sensazione di non credere più nel mio sogno.
Be’, no. Non è così. E’ che ho cambiato sogno. O meglio, è lo stesso, un po’ diverso sì, ma non più debole. Semmai più consapevole.
Mi chiede qual è la mia esperienza editoriale, le dico che ho pubblicato tre librini, non scendo nei particolari.
Dopo una decina di giorni torna.
– Ho bisogno di parlare con te. Servi pure tutti gli altri clienti. Aspetto!
Mi sale l’ansia. Penso di aver combinato qualche guaio. Un resto sbagliato, un consiglio di lettura toppato.
Restiamo solo io e lei.
– Sono tornata perché… ora ho un po’ di tempo libero e allora… vorrei leggere i tuoi libri.
E’ imbarazzata, e non sa che questa cosa imbarazza tantissimo me. Perché non mi era mai capitato. Certo, alle presentazioni. Certo, su Facebook. Ma che uno sconosciuto mi cercasse in libreria per i miei libri, no.
Le ho consigliato Supermarket24, quello che al momento è più semplice da procurarsi. Gliel’ho scritto su un post-it. Mentre usciva sventolava il post-it in segno di saluto.
Quattro o cinque giorni dopo, e cioè domenica scorsa, la incontro in gelateria.
Il gelato è diventato un elemento indispensabile nelle mie giornate lavorative, mi dà la forza e l’umore giusto per partire. Non fumo, non bevo, mi drogo… di gelato. Il mio gusto preferito era Cremino. Adesso, col caldo di Firenze, che ancora non è il caldo che sappiamo, il mio gusto preferito è diventato Cioccomenta.
C’è lei, con due bimbi.
– L’ho letto eh! – mi dice subito.
Non è possibile, penso. Non è passata neanche una settimana.
– Mi è piaciuto un sacco!
Son cose che si dicono, penso, ma lo penso sempre meno, perché lei inizia a parlare del libro, del mio libro, non di contenuti vaghi che vanno bene per tutti i libri del mondo.
– Ho odiato il protagonista, ma non mi accorgevo che quella sua maledetta ironia mi incatenava pagina dopo pagina. Poi tu racconti questi spaccati di realtà dei singoli personaggi… Senti, io ti ho lasciato un commentino su Amazon, un commento un po’ così, di fretta, ma ci tenevo.
Rimaniamo qualche istante in silenzio. Non so perché lei, so perché io: sono spiazzato dal bel momento.

Il commento su Amazon

Il commento su Amazon

– Poi con loro, come fai? – mi domanda mentre quei due fanno a spade col cono gelato.
Ci mettiamo a ridere. Ci salutiamo.

Sono felice, per quella sensazione che ti dà l’incontro con un lettore contento di averti letto. Si vede, si avverte, perché fa tutto lui. In questo caso lei. Ti cerca, ti legge, ti commenta, ti sorride.
Questo è il bello di fare quello che faccio, e provo a continuare a fare. Con tutte le difficoltà crescenti, non smetto.
Sapere che gliel’hai messa tu quell’espressione sulla faccia, tu attraverso la storia scema che hai inventato, le parole appassionate che hai scritto.

Murakami Haruki, come una misteriosa onda che si abbatte su un bagnasciuga segreto in una notte notturna

Non mi piace chi demolisce i libri, a meno che non sia davvero bravo, cioè che mi faccia ridere (mai lette le stroncature di Pippo Russo? Ecco, lui sì. Per esempio: QUESTA). Perciò non piace farlo a me.
Quando incappo in una brutta lettura io mi avvilisco fra me e me, nel mio bel silenzio. Sarà l’età!
Scrivere questo post non è stato divertente e non divertirà, ma servirà, spero, a salvare qualcuno. E poi la delusione era troppo forte perché rimanesse impubblicata.
Dài allora! Parlane con coraggio! Forza Matte’, andiamo!
Ok.
L’ultimo libro di Murakami Haruki si intitola “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio”.
L’ho acquistato immediatamente. Era inevitabile che lo facessi, per tre motivi.

  • PRIMO MOTIVO DELL’INEVITABILE ACQUISTO: Tutti i libri di Murakami che avevo letto mi erano piaciuti. Qualcuno moltissimo (“Norwegian Wood”, “L’elefante rosa” e “Kafka sulla spiaggia”, per esempio); qualcuno molto (la trilogia di “IQ84”, il terzo meno dei primi due, ma comunque…); qualcuno un po’ meno di molto (“Nel segno della pecora” e “Dance Dance Dance”).
    Tutti, a fine lettura, mi avevano lasciato addosso un senso di piena (o parziale) soddisfazione. Ne era sempre valsa la pena, insomma.
    L’aver letto qualche romanzo di Murakami mi aveva convinto di conoscerlo. Ero certo di sapere cosa gli piacesse raccontare e come. Ma, soprattutto, come non avrebbe mai scritto. Questa specie di certezza da affezionato lettore mi rassicurava. Be’, mi sbagliavo.
  • SECONDO MOTIVO DELL’INEVITABILE ACQUISTO: In quarta di copertina Einaudi ha riportato il seguente commento tratto dal quotidiano giapponese Asahi Shimbun.

L’incolore Tazaki Tsukuru ricorda Norwegian Wood, ma ne è anche un’evoluzione. E’ un romanzo ambizioso, un punto di svolta nel percorso di Murakami.

Ovvio che non c’ho creduto, ma continuava a rimbombarmi in testa quel ricorda Norwegian Wood, ma ne è un’evoluzione. Un’evoluzione di Norwegian Wood, Matte’! Sì, proprio quel Norwegian Wood del PRIMO MOTIVO DELL’INEVITABILE ACQUISTO, per l’appunto uno dei libri che mi era piaciuto tantissimo. Non a caso, il primo che ho citato.

  • TERZO MOTIVO DELL’… : Ho guardato quattrocentosei volte il bellissimo booktrailer: QUESTO.

Bene, l’ho comprato e l’ho pagato venti euro. Contenti tutti tranne me.
Tutte le mie aspettative sono andate a farsi benedire, e non è stato un processo graduale. Alla settima pagina sentivo già puzza di libro tanto per. Alle ventesima ne ero certo. Alla cinquantesima mi sono trovato di fronte al bivio: strappo le pagine una a una in coriandolini, convertendo così il suo utilizzo da amico libro ad antistress? Oppure lo finisco? Ho scelto la due più per i venti euro e per questo post, che per il desiderio di scoprire dove Murakami sarebbe andato a parare.

Non mi soffermo sulla trama, perché dovrei fare uno sforzo di fantasia esagerato per rintracciare un filo di storia percorribile senza farvi scoppiare a ridere. Non svelerò alcun aspetto cardine, anche perché, pur volendo farlo, non me ne verrebbe in mente nessuno, comunque nulla che possa rovinarvi la lettura più di come saprà fare a meraviglia Murakami stesso. Non analizzerò i personaggi, anche perché sono così indefiniti che risultano indefinibili. E non starò neanche troppo sulla disperazione creativa che deve aver animato Murakami quando ha cominciato a buttarci dentro gente di ogni tipo, slegata alle vicende, che si comporta in modo inspiegabile, dialoga scambiandosi battute fra l’assurdo e il trascendente, e poi sparisce per non ricomparire mai più: un espediente narrativo piuttosto raffinato.
Perciò leggete pure il post senza il timore di rivelazioni sconcertanti. Non ne troverete qui, né all’interno del libro.
Voglio invece parlarvi dell’aspetto che più mi ha dato i nervi durante la lettura: l’utilizzo della delicata figura retorica della similitudine, che Murakami porta all’estremo della nausea.

Il romanzo, così com’è stato pubblicato, consta di duecentosessanta pagine. Se a queste duecentosessanta pagine sottraessimo tutte le righe contenenti similitudini e/o metafore, probabilmente il risultato sarebbe un numero col segno meno davanti.
Ne elencherò un numero considerevole, che comunque non si avvicina neanche alla totalità di quelle presenti nel romanzo, giusto per darvi l’idea della gravità dell’epidemia. Ho iniziato a sottolinearle ahimè tardi, dal capitolo 5. Nonostante questo, è bastato dare uno sguardo veloce alla pagina 1 per trovarci la prima, la similitudine che apre le danze, la numero 0.

Pag 1: “[…] e dire che in quel periodo attraversare la soglia che separa la vita dalla morte sarebbe stato più facile che bere un uovo dal guscio.

Ok, pronti? Vi avverto che non sarà facile sopportare tanto, e di questo me ne scuso, ma è assolutamente necessario perché voi capiate.
Ripartiamo quindi dal Capitolo 5.

  1. Pag. 59 – la similitudine acquatica doppia concatenata: “… ricordava una persona che mette un piede nell’acqua di un torrente per tastarne il fondo e controllare la velocità della corrente“.
    Si sta riferendo a un misterioso musicista nell’atto di suonare, uno dei personaggi fantasma di cui sopra. Due righe dopo, ecco il secondo anello della catena: “… le sue dita si muovevano sempre più abili e generose, come pesci che familiarizzano con l’acqua.”
    [fa-mi-lia-riz-zà-re] v:  entrare in confidenza con qlcu. o con qlco. SIN abituarsi.
    I pesci familiarizzano con l’acqua?! I pesci nell’acqua… ci nascono! Ci vivono!
  2. Pag. 67 – la similitudine buttata là, detta anche grazie di esistere (d’ora in avanti GDE) per il contributo esplicativo che offre al lettore: “Tutto ti diventa chiaro come quando la nebbia si dissolve“. Grazie!
  3. Pag.71 – la similitudine faunistica, figura retorica alla quale Murakami sembra essere legatissimo. “Penso che sul momento l’abbia presa per quello che era, una storia molto strana. Come un serpente che inghiotte tutto intero un animale che ha catturato, e impiega molto tempo a digerirlo.
  4. Pag 83 – torna la GDE: “Rimase a lungo impalato come quei mimi che fingono di essere delle statue“.
  5. Pag 85 – un’altra GDE, ma stavolta concatenata alla similitudine murakamica, quella che spande nell’aria un velo di cupo mistero: “Era come se gli venisse all’improvviso rivelata l’esistenza di una stanza, una piccola stanza segreta, all’interno della casa in cui aveva abitato per anni. Il cuore gli batteva con brevi colpi sordi, il suono simile a quello di un tamburo.
  6. Pag 86, cioè quella dopo, si apre con un tripudio di GDE naturalistiche, di cui una acquatica: “I seni di Shiro erano piccoli, dai capezzoli tondi e duri come sassolini. I peli pubici erano umidi come una foresta pluviale. Il loro respiro era come un’onda che cresce avvicinandosi alla riva e tutto travolge”.
  7. Pag 86, cioè la stessa, prosegue con una similitudine erotica murakamica. Anche qui c’è un bel mistero: “Il pene era sparito dentro di lei senza opporre alcuna resistenza, come se fosse stato inghiottito dal vuoto“.
    Anche il pene di Tsukuru fa parte dei personaggi che a un certo punto lo abbandonano. Sparito!
  8. Pag 86, sì ancora! Torniamo alla concatenazione di due godibilissime GDE: “Shiro iniziò a muoversi lentamente, come se tracciasse con i suoi fianchi traiettorie sempre più complesse. I suoi capelli lunghi e neri colpivano la testa di Tsukuru come una frusta.” Tre in una stessa pagina possono bastare? Manco per niente. Vai con la quarta!
  9. Pag 86 si chiude col ritorno dell’acqua: “Lo sfogo era arrivato senza preavviso, come una grande onda che ti piomba addosso e ti travolge“.
  10. Pag 88, ancora l’acqua, ma con più flora: “A Tsukuru ricordava sempre una sorgente di montagna nascosta tra gli alberi di un bosco“.
  11. Pag 97 si chiude con un grosso punto di domanda, degno di essere citato pur non appartenendo al bombardamento di similitudini: “Ogni volta che raggiungeva l’orgasmo gemeva in modo strano“.
    Cioè? Come geme costei?!
  12. Pag 106, ripartiamo ovviamente con l’acqua: “Le forze lo abbandonarono come fa l’acqua che defluisce da una borsa attraverso un piccolo foro“.
  13.  Pag 112, diamo il bentornato alla similitudine domestica: “[…] era solo diventato più grosso. Come una casa viene ampliata quando la famiglia cresce.
  14. Pag 114 – similitudine naturalistico-murakamica: “I rami dei salici carichi di foglie scendevano fino a terra immobili, come se fossero assorti in qualche misterioso pensiero“. Nulla è casuale. Come ormai avrete capito, l’aggiunta di quel misterioso dà alla similitudine quel cicinin di ambientazione che le fa meritare l’attributo di murakamica.
  15. Pag 122 si apre a una grande evoluzione. Murakami, stanco anch’esso di narrare per similitudini, le fa utilizzare ai suoi personaggi. Sicché ci tocca assistere a dialoghi dalla percentuale di credibilità del 3%.

    Ma chi cacchio ci parla così, mioddio!

    – Riuscivo a rassicurare gli altri? – ripeté Tsukuru sorpreso. – Come la musica negli ascensori?
    – No, non in quel modo […]. Eri come l’ancora di una nave.
    Tsukuru ascoltava, incapace di trovare qualcosa da dire.
    – In un certo senso, formavamo un organismo perfetto, non credi? Come le cinque dita di una mano.

  16. Vorrei segnalare il capitolo 11, nel quale Murakami riesce a non utilizzare neanche una similitudine. E che mi ha illuso di poter continuare la lettura comunque disgustato dalla non-storia, ma con un rinnovato senso di pace. E invece no. Perché il capitolo 12 si apre con due bombe.
  17. Pag 151 inaugura una figura retorica nuova, o anche un gioco enigmistico, fate voi, la similitudine buttata là, ma parziale, da completare: “Appena spento il cellulare, Tsukuru si accorse di avere una strana sensazione in petto, come quando non si digerisce bene…” Puntini, puntini, puntini!
    Cosa ci vogliamo mettere al posto dei puntini? Come quando non si digerisce bene… il polpettone della misteriosa dirimpettaia? Così la rendiamo una similitudine murakamica?
  18. Pag 151 si conclude con una pesante descrizione di come vengono verificati i lavori di ristrutturazione di una stazione ferroviaria. Descrizione che va avanti per tre pagine. Non poteva mancare la similitudine misteriosa. Stavolta Murakami si butta sul geografico/belligerante: “I danni sarebbero stati irreparabili, se le differenze fossero emerse a lavori iniziati. Come se un drappello di militari fosse sbarcato su un’isola sconosciuta confidando su mappe piene di errori“.
  19. Il capitolo 12 deve averlo tagliato dalla trilogia di “1Q84” e aggiunto (a caso) ne “L’incolore Tazaki…”. Capitolo insensato in più, capitolo insensato in meno, tanto valeva fare volume.
    Primo richiamo all’opera precedente: la misteriosa similitudine lunare. “Probabilmente ho una faccia nascosta che nessuno immagina. Come la faccia in ombra della luna che resta sempre al buio.
    Secondo richiamo: la dimensione parallela dove succedono cose diverse, ovviamente erotiche. “Può darsi che, senza neanche rendermene conto, in un altro luogo, in un altro tempo io abbia veramente stuprato Shiro e le abbia lacerato il cuore.”
    E ancora sulla realtà parallela, condita da una similitudine domestico/murakamica: “Ebbe la sensazione che l’aria della stanza cambiasse natura. Come se l’appartamento avesse una volontà propria. In una dimensione della realtà, lui a Shiro non aveva nemmeno sfiorato un capello. Ma in una realtà diversa l’aveva violentata.
    Vado avanti velocemente lasciando a voi ogni commento.
  20. Pag 175: “Quella melodia riusciva a mettere una cornice alla tristezza del suo cuore. Come se innumerevoli granelli di polline fossero venuti a posarsi sopra una creatura invisibile che si nascondeva nell’aria, facendone emergere la forma segreta.
  21. Pag 175/176: “Può darsi che io sia una persona vuota […]. Come solitari uccelli notturni che trovano sotto il tetto di una casa abbandonata un riparo sicuro dove riposare durante il giorno. Una cavità quieta e buia dove riposare.” Qualora il concetto non fosse ancora chiaro, lui ripete.
  22. Pag 185: “Il cane fissava un punto nell’aria come se tornasse col pensiero al passato“.
  23. Pag 187: “Tuttavia la luce, come un vecchio ricordo impossibile da cancellare, riusciva a infilarsi attraverso qualche fessura”.
  24. Pag 190: “[…] mentre uno stormo di uccelli neri si spostava da un tetto all’altro, come un’onda sul bagnasciuga“.
  25. Pag191: “Si presero per mano e corsero verso la piazza come fastelli d’erba spinti dal vento“.
  26. Pag 191: “[…] tendendo in avanti un dito nodoso come un vecchio ceppo“.
  27. Pag 192: “Poi, come qualcuno che si appresti a uscire in una tempesta di neve, si calcò bene il berretto in testa e lanciò a terra uno sputo catarroso, duro come un sasso.”
  28. Pag 192: “Non si voltò mai indietro. Come un dio della morte che avesse mostrato a un defunto il cammino verso il regno delle tenebre“.
  29. Pag 194: “Dava un senso di intimità. Come lo scherzo comprensibile soltanto ai membri di una famiglia“.
  30. Pag 197 – similitudine doppia, semmai la prima non rendesse abbastanza: “Quella sensazione comunicava serenità, come quando si tiene in mano una stoffa grezza, come quando si sta seduti nella veranda a guardare le nuvole che attraversano il cielo”.
  31. Pag 200, il ritorno dell’onda: “Le labbra, come percorse da un’onda, ebbero un fremito”.
  32. Pag 202, e poi direi anche basta (questa mi fa ridere tantissimo): “Scrutò il viso di Tsukuru, come se cercasse di decifrare una cartina muta“.

A questo punto io ne voglio una parlante di cartina! Mentre cerco dove acquistarla, magari su ShopAlike che ho scoperto da poco e dove c’è praticamente di tutto, voi fate un esperimento: cancellate tutte le parole in blu e rileggete.

Di come ho trovato lavoro, e di quanto è stato bello quel giorno

Mi ero messo in testa di aprire una libreria. Non una comune libreria – a fine mese non ci avrei tirato fuori neanche i soldi per una confezione di gallette di riso di Lidl. (Proprio sicuri che sia riso?!)
La mia libreria sarebbe stata speciale, un luogo dove chiunque avrebbe potuto leggere gustando introvabili dolcetti al cioccolato. Si sarebbe chiamata Stoner, in onore del più bel romanzo che abbia mai letto.
(Beccatevi questo consiglio di lettura gratuito!)
Come molti di voi immagineranno, non è che un locale si apra così da un giorno all’altro, sebbene spuntino come funghi di bosco.
Bisogna informarsi, cercare, capire, ingegnarsi. Tutte cose che hanno a che fare con la pazienza: qualità della quale di certo non posso dichiararmi un campione del mondo.
Io volevo svegliarmi, fare una doccia, e andare ad aprire Stoner. Intrattenermi con tutti coloro che, come ogni mattina, erano da me per la mia rinomata colazione dolcissima. E invece non esisteva nessuna caffetteria zuccherosa, non mia almeno.
Era solo un’idea, e le idee vanno strutturate e sviluppate, prima ancora che capite.
Così ero stato alla Camera di Commercio, avevo parlato praticamente con tutti gli impiegati dell’ufficio Nuove Imprese. Mi ero informato sulle normative, i finanziamenti, su quali banche aderissero alle agevolazioni della Regione Toscana (quali agevolazioni?!), sull’affitto dei fondi della metratura di cui avevo bisogno, i costi di arredamento e allestimento, le zone più indicate, di passaggio e dove non ci fossero già caffè letterari simili al mio.

Risultato: Matte’, lascia proprio perde!

Ero totalmente fuori di testa, capite? Ma così fuori che non me ne importava niente dell’evidente impossibilità del mio progetto. Dovevo trovare un lavoro al più presto. E, visto che non c’era, dovevo inventarmelo.
Il mio umore era schizofrenico. Giorni di estrema contentezza, immotivata perlopiù, lasciavano il posto ad altri in cui restavo a casa, da solo, a pensare (in una stanzina stretta stretta). E poi di nuovo felicità chimica e abbattimento in una staffetta continua.
Tremendo!
Questi sono gli effetti di quando cambi città per cambiare vita, stai mesi in cerca di un lavoro – mica quello sognato. Ne basterebbe uno che vada più o meno bene per questa fase della tua vita – trascorri le giornate ad abbellire il curriculum  – pure il template dev’essere piacevole! – e nessuno ti risponde, neanche per dirti qualcosa del tipo: carino il font che hai usato per il nome e cognome.

Quel giorno avevo appuntamento con un tipo che vendeva il 49% della società di un caffè letterario conosciuto in città, in una zona di Firenze molto attiva culturalmente.
Camminavo a passo svelto, ero in ritardo. A un tratto il mio corpo ha fatto una brusca frenata, e non per mia volontà. Un cartello attaccato al vetro della libreria Giunti di Via Guicciardini mi ha arpionato gli occhi e aggrappato al terreno come un’àncora. Diceva più o meno (se mi ricordo bene, ma non mi ricordo bene):

Cercasi persona fra i venti e i quarant’anni, con precedenti esperienze in aziende strutturate, sincera passione per il mondo dei libri e predisposizione al contatto col pubblico.

Cioè… sono io!

Sono entrato e ho lasciato il mio curriculum editoriale. Ce l’avevo sempre dietro. Prima di uscire, il controllo chiavi/cellulare/portafogli si era arricchito di un elemento diventando: chiavi/cellulare/portafogli/curriculum.  L’occasione, anche se non la vedete, è spesso dietro qualche angolo. Vietato farsi cogliere impreparati!
Avevo messo in evidenza le mie pubblicazioni, le collaborazioni con i vari uffici stampa, il lavoro redazionale per SoloLibri.net. Perciò dico curriculum editoriale.
Altro piccolo consiglio gratuito. Diversificate le esperienze che avete fatto nel corso della vostra vita, e selezionate solo quelle di maggiore interesse per l’azienda alla quale state chiedendo un colloquio. Senza inventare nulla, per carità, puntate il faro su ciò che volete – e si spera sappiate – fare davvero, che fa di voi un valore aggiunto, un profilo da approfondire. Tagliate via tutto quello che non c’entra niente e che ci avete buttato dentro nella convinzione che tutto fa brodo. Non è vero!
Per dire, a un’azienda farmaceutica non frega niente se voi d’estate portate a passeggio i cagnolini del vicinato, e per questo vi retribuiscono anche lautamente, o vi siete comprati un chiosco con le ruote e vendete abusivamente limonate ai bambini del parchetto. Magari queste cose fatele presente alla vicina di casa che cerca un babysitter con esprienza quinquennale.
Lasciando solo l’essenziale, eliminerete il fattore confusione, principale forza che muove la mano che strappa e getta nel cestino, e aumenterete le probabilità di destare un interesse.
Da qui a dire che vi arriverà la telefonata per un colloquio ci passa un oceano. (Qual è il più grande oceano dell’Universo? Eh, quello ci passa!)

Comunque.
Sono uscito dalla Giunti e ho continuato verso l’appuntamento.
Il proprietario della quota mi ha offerto un caffè, e ha cominciato a illustrarmi tutto quello che avrei potuto fare con la mia futura parte del mio futuro locale. Ma io continuavo a pensare alla Giunti.
Nei giorni è diventato un pensiero fisso. L’unico colloquio che m’importasse davvero fare.
Avevo stabilito che dal curriculum alla telefonata, qualora fosse arrivata, sarebbero trascorsi al massimo quindici giorni.
Non so perché lo faccio, ma lo faccio sempre con tutto quello che aspetto. Forse per dare dei tempi ragionevoli alle mie speranze, oltre i quali cercare nuove speranze da adottare.
Il tredicesimo giorno ho iniziato a demoralizzarmi. Il quattordicesimo non era ancora l’ultimo. A mezzanotte del quindicesimo mi sono detto: non è andata nemmeno questa.
Mi hanno chiamato il giorno dopo per un colloquio.
– Se per te va bene, stasera alle 19.
Avevo 37 e 7 di febbre, la voce bassa. Dovevo fare i piatti, stendere i panni, farmi una doccia, la barba, scegliere una camicia decente, tornare alla vita sociale, capire come raggiungere il luogo del colloquio.
Ero così felice che non sapevo da dove cominciare. A un certo punto mi sono anche detto: fanculo i piedi per terra e tutte quelle storie lì. Il colloquio andrà bene e mi prenderanno alla Giunti. Concedersi di volare così in alto è un rischio pericoloso, perché se poi non va, la botta rischia di farti rompere qualche osso.
Sono arrivato con due ore di anticipo. Non tanto per dire, veramente due ore!
A ripensarci mi viene da ridere.
Sono rimasto seduto su una panchina a leggere i volantini di un centro commerciale che mi svolazzavano attorno. Due ore.
Al momento di andare, conoscevo a memoria tutte le offerte del MediaWorld e della Coop. Camminavo col peso dei decimi di febbre sugli occhi. Ogni due passi provavo la voce con qualche colpetto di tosse.

Il colloquio è andato bene, ho pensato uscendo, ma non ho dato il meglio di me.
Questo mi dispiaceva molto. Pesava. Perché di persona ne cercavano una sola. Il fatto è che io non ero al meglio, quindi credo di aver dato il massimo per come stavo quel giorno.
La voce l’ho persa del tutto quando, dopo un paio di giorni, mi è arrivata la telefonata.
– La Giunti ha scelto te.
E io mi sono sentito… non lo so. E’ stato bellissimo. Ero in giro, pioveva. Ho telefonato a tutti i miei amici. Ai miei genitori. A quasi tutti i numeri in rubrica. Ho esaurito i minuti e pure i soldi sulla sim.
Alla fine ero bagnato fradicio. Mi ero dimenticato di aprire l’ombrello.
E quello che ho pensato è stato: me lo merito.

Una strada si apre agli occhi all’improvviso, mentre ne stai percorrendo una che va da tutt’altra parte.
Be’, quella strada ti permetterà di avvicinarti un po’ alla meta, la tua.

[Filippo, un bambino decisamente coraggioso. Sì!]

Un’altra ottima giornata in libreria. Obiettivi centrati, si va avanti bene. Cammino verso la macchina con l’espressione tronfia di un uomo d’affari che ha appena chiuso un accordo molto vantaggioso.
A interrompere la mia contentezza – soddisfazione più che altro – è la corsa di un bambino che avrà avuto quattro o cinque anni, inseguito da quello che immagino il papà. Lo raggiunge e lo acchiappa per la maglietta.
– Lasciami, lasciami! – urla lui in un pianto straziante.
– Smettila! Abbiamo comprato solo cose per te.
– Ma io ne volevo di più! Io volevo tutto, tutto!
Intanto arriva la madre.
– Filippo, che cos’è questa scena? Non ti sono bastati i pupazzi, il gioco Sapientino e gli album da colorare?
– No! E voi sete du butti stonzi!
Oh mio dio. Di colpo mi manca il fiato. Sento il sangue arrestare il suo perenne viaggio all’interno del mio corpo. E mi vengono in mente quei poveri globuli rossi di Esplorando il corpo umano che passano le giornate (e le nottate) a camminare per le arterie carichi di bolle d’ossigeno, e non ce la fanno, e non si possono riposare. In questo momento i miei si sono seduti tutti insieme, sincronizzati.
Due brutti stronzi, ho capito bene? Filippo, mi sa che l’hai detta grossa, penso mentre il padre lo scuote come una scatola di cereali per far cadere nella tazza di latte anche gli ultimi rimasti incastrati fra le pieghe della carta.
– Che cosa?! Filippo, ripeti quello che hai detto, se hai il corag…
Il papà non fa neanche in tempo a completare la parola coraggio, che parla Filippo.
– Due butti stonzi. Stonzi, stonzi, stonzi!

[Madre Segreteria Telefonica]

Un SMS mi notifica un nuovo messaggio in segreteria.
Chiamo il numero per ascoltarlo.
Ha un nuovo messaggio.
Sarà come al solito mia nonna che vuole sapere se i rituali magici che mette in atto nella sua camera da letto, in collaborazione con le più potenti entità amiche sue, stanno sortendo un qualche effetto benefico sulla mia vita altrove.
Nuovo messaggio da 340…
Oh mio… Dio! Non è lei.
Il respiro si azzera già alla terza cifra.
o… o… 3…
A ogni numero che la voce scandisce sento scivolare via dal mio corpo linfa vitale. E’ Madre. Non ci sentiamo da diversi giorni. Stranamente.
Ecco. Sento il fruscio dall’altra parte. La televisione in lontananza. Riconosco l’atmosfera della cucinetta aquilana. Starà sfruttando la pubblicità di qualcuna delle sue trasmissioni preferite per parlare col primogenito, in attesa della notizia straordinaria del ritrovamento di un cadavere in diretta.
– Matteo? Matteooo? – urla, come se alzando il tono di voce potesse coprire una distanza maggiore.
Silenzio. Aspetta una risposta da me che non può arrivare. E poi un interrogativo che pone a se stessa, e una drammatica conclusione immortalata dalla mia segreteria telefonica.
– Questo non risponde. Fosse morto?… Va be’ – dice e riaggancia.
Fine del messaggio. Per riascoltarlo digiti…
Fosse morto? Va be’?!

[L’onnipotenza del libraio Matteo, veramente bravissimo]

Telefono alla cliente per tre libri che tardavano ad arrivare – finalmente arrivati – e a cui lei tiene molto, moltissimo. A tal punto che dopo l’ordine è passata in libreria due volte. La prima perché non si ricordava se aveva lasciato il suo recapito telefonico. Ovviamente sì; senza contatto io non avrei potuto chiudere l’ordine. E la seconda per accertarsi che non avessi sbagliato a scrivere qualche cifra del suo numero, visto che ancora non aveva ricevuto telefonate.
– Tiziana – sussurro il suo nome e faccio una pausa. – Ce l’abbiamo fatta. Sono riuscito a rintracciare la spedizione dei tuoi libri. Cinquanta sfumature di grigio, di nero e di rosso arriveranno fra domani e lunedì – dico col tono del Gladiatore che si congratula con i pochi superstiti del suo esercito dopo l’ultima battaglia vinta.
– Oh, grazie! – esclama lei. – Grazie!!! – dice ancora, stavolta con la voce più soave, indirizzata in un altrove sopra di noi, come se si rivolgesse alla Madonna che le ha fatto il miracolo, o a Paolo Brosio. Poi  sospira, manda finalmente giù il groppo in gola di una terribile ansia. L’ansia di non sentire mai il telefono squillare, di non ricevere i libri desiderati, di non poterli leggere, di non sopravvivere a questo.
– Sei stato veramente bravissimo.

[La filosofia del lavavetri]

Mancano una decina di minuti all’apertura della libreria.
I raggi del sole fanno risaltare le sagome delle manine di tutti quei bimbi che si divertono a lanciarsi contro il vetro, neanche fosse lo specchio d’acqua di una piscinetta gonfiabile. Di alcune distinguo le impronte digitali.
Mi armo di Pronto Multi-Surface Polish e di un panno morbido e pulito. Con movimenti circolari disintegro gli aloni.
Con la coda dell’occhio osservo la mia vicina di negozio fare lo stesso. Ma lei non ha Pronto Multi-Surface Polish. Tiene in mano uno straccio secco. Lo stringe con pugno arrabbiato. Qualche brandello si stacca a ogni passata. Suda visibilmente, mentre io scivolo sulla superficie come Alberto Tomba sulle piste nere ai tempi d’oro. Non l’hanno dotata di mezzi adeguati, penso. E’ pure anziana, poraccia!
– Scusa – mi sento chiamare, ma sono ancora sovrappensiero a riflettere sulle nostre condizioni lavorative così distanti. – Scusamiii!!!
– (Sì, oddio, calma!) Oh, buongiorno… cara vicina.
Dico cara vicina perché non so neanche come si chiama.
– Mi presteresti uno spruzzo del tuo… prodotto?
Che cosa?! Con mezza spruzzata di Pronto Multi-Surface Polish io ci faccio scintillare tutta la vetrina e tu ne vorresti uno spruzzo… intero?!
– Scusami, ma…
– Ti prego, sto facendo una fatica pazzesca. Non vedi come sgocciolo?
Sì, in effetti… ma non vale vincere suscitando l’atrui pietà. Non è corretto. Lei con me ci riesce.
– Ok, vada per uno spruzzo – dico lasciando in sospeso il tono mentre il suo volto si apre a un sorriso salvifico. – Ma giura che me lo ridai!
– Te lo giuro. Sarò in debito con te finché non ti avrò restituito lo spruzzo.
Dopo sette minuti, esattamente due minuti dopo l’apertura, un infernale acquazzone si abbatte su di noi. Sui nostri negozi, sulle nostre vetrine, sulla nostra fatica.
La vedo entrare in libreria con un ghigno stampato in faccia. Non riesco a staccare gli occhi dai suoi… capelli – chiamiamoli così – appiccicati alla fronte da un misto di acqua piovana e sudore. Ha deciso di sfidare le intemperie pur di dirmi quello che sta per dirmi.
– Hai visto caro mio? Nella vita non conta che tu il vetro lo pulisca con un prodotto all’ultimo grido o con un umile panno (secco, e chissà quante vetrate avrà lucidato quel tuo panno, cara signora), tanto poi arriva un uragano, e sotto l’uragano siamo tutti uguali.
– …