[L’onnipotenza del libraio Matteo, veramente bravissimo]

Telefono alla cliente per tre libri che tardavano ad arrivare – finalmente arrivati – e a cui lei tiene molto, moltissimo. A tal punto che dopo l’ordine è passata in libreria due volte. La prima perché non si ricordava se aveva lasciato il suo recapito telefonico. Ovviamente sì; senza contatto io non avrei potuto chiudere l’ordine. E la seconda per accertarsi che non avessi sbagliato a scrivere qualche cifra del suo numero, visto che ancora non aveva ricevuto telefonate.
– Tiziana – sussurro il suo nome e faccio una pausa. – Ce l’abbiamo fatta. Sono riuscito a rintracciare la spedizione dei tuoi libri. Cinquanta sfumature di grigio, di nero e di rosso arriveranno fra domani e lunedì – dico col tono del Gladiatore che si congratula con i pochi superstiti del suo esercito dopo l’ultima battaglia vinta.
– Oh, grazie! – esclama lei. – Grazie!!! – dice ancora, stavolta con la voce più soave, indirizzata in un altrove sopra di noi, come se si rivolgesse alla Madonna che le ha fatto il miracolo, o a Paolo Brosio. Poi  sospira, manda finalmente giù il groppo in gola di una terribile ansia. L’ansia di non sentire mai il telefono squillare, di non ricevere i libri desiderati, di non poterli leggere, di non sopravvivere a questo.
– Sei stato veramente bravissimo.

[La filosofia del lavavetri]

Mancano una decina di minuti all’apertura della libreria.
I raggi del sole fanno risaltare le sagome delle manine di tutti quei bimbi che si divertono a lanciarsi contro il vetro, neanche fosse lo specchio d’acqua di una piscinetta gonfiabile. Di alcune distinguo le impronte digitali.
Mi armo di Pronto Multi-Surface Polish e di un panno morbido e pulito. Con movimenti circolari disintegro gli aloni.
Con la coda dell’occhio osservo la mia vicina di negozio fare lo stesso. Ma lei non ha Pronto Multi-Surface Polish. Tiene in mano uno straccio secco. Lo stringe con pugno arrabbiato. Qualche brandello si stacca a ogni passata. Suda visibilmente, mentre io scivolo sulla superficie come Alberto Tomba sulle piste nere ai tempi d’oro. Non l’hanno dotata di mezzi adeguati, penso. E’ pure anziana, poraccia!
– Scusa – mi sento chiamare, ma sono ancora sovrappensiero a riflettere sulle nostre condizioni lavorative così distanti. – Scusamiii!!!
– (Sì, oddio, calma!) Oh, buongiorno… cara vicina.
Dico cara vicina perché non so neanche come si chiama.
– Mi presteresti uno spruzzo del tuo… prodotto?
Che cosa?! Con mezza spruzzata di Pronto Multi-Surface Polish io ci faccio scintillare tutta la vetrina e tu ne vorresti uno spruzzo… intero?!
– Scusami, ma…
– Ti prego, sto facendo una fatica pazzesca. Non vedi come sgocciolo?
Sì, in effetti… ma non vale vincere suscitando l’atrui pietà. Non è corretto. Lei con me ci riesce.
– Ok, vada per uno spruzzo – dico lasciando in sospeso il tono mentre il suo volto si apre a un sorriso salvifico. – Ma giura che me lo ridai!
– Te lo giuro. Sarò in debito con te finché non ti avrò restituito lo spruzzo.
Dopo sette minuti, esattamente due minuti dopo l’apertura, un infernale acquazzone si abbatte su di noi. Sui nostri negozi, sulle nostre vetrine, sulla nostra fatica.
La vedo entrare in libreria con un ghigno stampato in faccia. Non riesco a staccare gli occhi dai suoi… capelli – chiamiamoli così – appiccicati alla fronte da un misto di acqua piovana e sudore. Ha deciso di sfidare le intemperie pur di dirmi quello che sta per dirmi.
– Hai visto caro mio? Nella vita non conta che tu il vetro lo pulisca con un prodotto all’ultimo grido o con un umile panno (secco, e chissà quante vetrate avrà lucidato quel tuo panno, cara signora), tanto poi arriva un uragano, e sotto l’uragano siamo tutti uguali.
– …

Come fossi solo

Oltre che scrittore di successo, paziente e insostituibile nonché dolcissimo e sorridente alto libraio di ottima presenza – ci tengo a sottolineare insostituibile, perciò lo sottolineo: insostituibile –  ricordo al gentile pubblico che sono anche uno che legge i libri, li recensisce e intervista gli autori su SoloLibri.net. (Applauso, grazie!)
Questa intro appena appena autoreferenziale, da sfigato insomma, mi è utile per segnalarvi la recensione che ho scritto di Come fossi solo, il romanzo di Marco Magini pubblicato da Giunti e candidato al prossimo Premio Strega (qui) e l’intervista che ho fatto all’autore (invece qui).

[Onlus onli onlo onlum onle onlo]

In questo giorno di festa, ma anche di pensieri responsabili e di impegno attivo, mi preme ricordare un indimenticabile momento generosità vissuto in libreria qualche giorno fa.
Una donna dolcissima. Lo si capisce anche dal suo acquisto: il corso completo per preparare gustosi dolcetti al cioccolato.
Il nostro incontro è gioioso. In cassa i sorrisi si sprecano, ci scappa pure una battuta sul tempo pazzerello, e una sulla mia altezza.
– Almeno non hai problemi con gli scaffali alti… AHAHAHAH!
Un’ironia fantasiosa e trascinante la sua, ma soprattutto fantasiosa.
So che ci aiuterà e così le domando.
– Vuol contribuire alla raccolta fondi che stiamo facendo per la nostra onlus?
Sgrana lo sguardo fino al limite massimo concesso dalla sua apertura oculare. Come se fosse stata trapassata a tradimento da un paletto di frassino per ammazzare i vampiri. Si prende qualche istante in cui osservarmi con questa sua nuova espressione scioccata e per niente rassicurante. Mi guardo intorno. Siamo solo io, lei e Peppa Pig. Per un attimo ho paura. Poi parla.
– Onlus… – dice, e si ferma qualche altro istante. Come se avesse bisogno di tempo per elaborare qualcosa, una specie di lutto interiore. E poi aggiunge.
– Scusa, scusi… ma io…
– (Ah, siamo tornati al lei? Più distanti di due punti agli estremi dell’universo?)
– Ma io… non sono… io non credo… di sapere il latino.
– …

[La dama nera stanca, ben vestita e maleducata]

Mi trovavo a cena con i miei cari amici in una pizzeria molto nota a Firenze. La considerano fra le più buone, e noi non ci eravamo mai stati.
– Fra le 21 e 45 e le 22 – dice il ragazzo al telefono quando chiamiamo per prenotare. – Non prima che siamo pieni.
Davanti la porta c’è un nugolo di persone che chiacchierano in attesa che qualcuno le faccia sedere. Attesa lunga, capisco quando, un quarto d’ora dopo, uno di questi si avvicina al cameriere.
– Scusa, se non c’è posto andiamo via.
Chissà da quanto aspettano, penso. E chissà quanto aspetteremo noi, penso anche. Ma sono tranquillo. Mi ci sento davvero. Il mio animo vulcanico è stato domato da mesi e mesi di lavoro su me stesso, con l’obiettivo di limare il mio congenito impulso alla polemica pubblica, a dire quello che penso a voce alta in mezzo alla gente. Il cameriere fa sedere i ragazzi prima di noi.
E’ passata già mezz’ora da quando siamo entrati. Avremmo dovuto sederci più di venti minuti fa secondo quanto ci aveva detto al telefono, penso. Ma sempre senza rancore.
Qualche minuto dopo, ignorati e talvolta schivati come merde di mucca fresche, decidiamo di fare la stessa parte dei ragazzi che ci hanno preceduto, magari funziona.
– Scusaci, è mezz’ora che aspettiamo. Se non c’è posto noi andiamo via.
– Stanno pagando. Il tempo di sistemarvi il tavolo.
Mi volto verso la cassa e non c’è nessuno che sta pagando. Intanto penso al suo tono. E’ evidente che non gliene frega niente se restiamo o andiamo. D’altronde, perché dovrebbe?! Lui è soltanto un cameriere, mica è suo il locale. E non dev’essere stata una serata facile. Ci ho lavorato in pizzeria e in locali assaliti nel weekend. So com’è avere a che fare con un branco di animali selvatici affamati, e non è bello. Per questi motivi decido di soprassedere al tono. E poi io sono un uomo nuovo, fiorentino d’adozione, sereno nell’animo. Aspetto ancora, e sorrido pure.
Finalmente scorgo movimenti rassicuranti da un tavolinetto da quattro. Osservo i signori mentre si alzano, si rimettono le giacche, si scambiano reciproci sorrisi, si aspettano a vicenda e finalmente se ne vanno. E’ in quel preciso istante, quando pensi che ce l’hai fatta, che sei riuscito a raggiungere il tuo obiettivo con stile, che qualcosa, anzi qualcuno, rovina tutto.
Entrano mano nella mano. Lei vestita di raso nero, i capelli platinati raccolti in uno chignon perfetto, gioielli vari ed eventuali addosso. Con una mano si regge l’abito, con l’altra tiene la mano del suo accompagnatore in smoking. Riflettendola, ha più anni di quanti gliene avevo dati a prima vista, e lui dev’essere molto più giovane di lei. Comunque, sembrano due persone di classe. Questo per dirvi che io non parto prevenuto.
La dama nera richiama l’attenzione del cameriere, lo stesso del tono sufficiente di poco prima. Mentre la raggiunge, lei trascina a piccoli passi il pinguino accompagnatore fino a quello che stava per diventare il nostro tavolino.  Il mio sangue mi avverte del pericolo toccando improvvisamente i 650mila gradi fahrenheit.
– Possiamo qui? – domanda la dama nera al cameriere offrendosi con una serie di moine, quasi a porgergli una parte a scelta del suo bel corpo in cambio del posto a sedere.
Quel tavolo è nostro. Il cameriere lo sa ed è in evidente difficoltà. Le parla e ci indica. Lei fa spallucce e insiste. E, senza avere il permesso di nessuno, si siede.
SI SIEDE, MIODDIO!
Affanculo l’autocontrollo. Parto nella loro direzione. Non so cosa avrei detto e fatto di lì a qualche istante, ma cammino con gli occhi accecati da tanta maleducazione.
– Senti – dico al cameriere che stava tentando di schivarmi con una manovra funambolica interrotta dal mio braccio sul suo. – Come mai quei due sono entrati e si sono seduti, mentre noi continuiamo ad aspettare un tavolo da quarantacinque minuti?
– Si è seduta da sola.
– L’ho visto. Perché non l’hai fatta rialzare?
– Sentite, il tavolo c’è – dice con gli occhi illuminati dalla visione di un altro tavolinetto che per sua fortuna immensa, sfacciata, quasi miracolosa, si libera e gli salva la vita dalla mia ira funestissima. – Se lo volete bene, se no…
Se lo volete bene, se no?!
Ma con chi pensa di avere a che fare questo stronzo di cameriere che non sa neanche dire a una stronza rivestita di aspettare cinque minuti?
– Fanculo! – esclamo mentre ci andiamo a sedere.
Al caso piace prendersi gioco di noi, perciò fra tutti i tavoli della pizzeria, tantissimi, quale si va a liberare? Quello adiacente alla dama+pinguino cenanti.
La nostra vicinanza mi permette di cogliere dettagli ulteriori. Fra cui l’acidità negli occhi. Non mi riferisco all’acidità di un momento, quella può capitare. Parlo di quel tipo di acidità congenita onnipresente sul volto in tutte le espressioni più comuni. Aggravata dal fatto che ce l’ha con me. Mi guarda e scuote la testa. Qualche ciuffo si scompone e ricade disordinato sulla sua fronte sudaticcia. Dice al pinguino qualcosa agitando le mani come le pale di un ventilatore. E mi guarda ancora.  Quella brutta cafona attempata che si siede a un tavolo non suo sta dicendo male di me soltanto perché ho fatto notare al cameriere quanto è maleducata. Capite? Giuro che le avrei rovesciato la brocca di birra sul suo bell’abito. E poi fa una cosa. Attira di nuovo l’attenzione del cameriere muovendo il polso e lasciando ondeggiare la mano stanca per inerzia.
– Possiamo cambiare tavolo che qui… non stiamo bene?
Il cameriere gli cambia il tavolo. Si allontanano e con loro anche il fastidio dovuto alla loro esistenza che ha incrociato la mia.
La maleducazione è quasi sempre direttamente proporzionale al ben vestire.

[Là non c’ho guardato]

Osservo con curiosità una donna che trascina per mano il figlio da una parte all’altra della libreria.
Cerca qualcosa di preciso. Lo testimoniano gli occhialetti quasi sulla punta del naso che non sembrano della giusta gradazione, visto che si avvicina alle copertine che quasi ci sbatte la fronte.
– Non c’è… qua non c’è… qua neanche – continua a dire. Non sta parlando col figlioletto, ma con un’altra sé.
Viene verso di me. Io abbasso gli occhi sul computer e inalo quintali di ossigeno. Mi preparo.
– Ce l’avete Geronimo, il sesto?
– Di Geronimo abbiamo…
– Ho guardato dappertutto, ma non c’è!
– No, infatti abbiamo solo…
– Pure alla vetrina ho guardato, pure al reparto dei ragazzi, a quello dei bambini, alla parete dei libri di cucina!
– No, be’, là di sicuro non…
– Ma che ne sai che qualcuno non cambia idea all’ultimo e non lo lascia vicino alla Clerici?
– Sì può darsi, comunque…
– Mio figlio lo vuole. Vuole solo questo. Geronimo è l’unico modo per farlo stare zitto.
Ma come fa costei a parlare così veloce? Chissà da chi avrà ripreso questo figlio parlerino, che in mia presenza comunque non dice una parola.
– Capisco che piacciano. In effetti sono libri molto curati, c’è una grande attenzione ai gusti del bambino, ma…
– Nemmeno una copia che ne so… dietro gli album da colorare? – e con uno scatto di lancia verso l’espositore con tutti gli album delle principesse, dei pirati e dei dinosauri.
– Di Geronimo c’è solo l’ultimo, il sette. Ma do un’occhiata se ne è rimasta una copia in magazzino.
– Ecco sì, là non c’ho guardato.
– …

Il mio giardino silenzioso

Sono tornato dal lavoro, ho piazzato un sedia in giardino, di quelle bianche di plastica, quelle da cucina dell’Ikea, e mi son messo lì, in questo giardinetto che abbiamo, a leggere Cime tempestose. Finché la tempesta non è arrivata davvero e sono rientrato. Sta diluviando, e mi viene da ridere perché Firenze mi piace pure con l’uragano.
Dal primo momento in cui ho messo piede sulla terra arida oltre la finestra della cucina, proprio il giorno dello scorso settembre che ho risposto all’annuncio di questa casa, l’ennesima che andavo a vedere, e l’ho subito presa, ho pensato che quel giardinetto aveva qualcosa che attraeva la mia attenzione.
Me lo ricordo benissimo quel giorno. Ero triste, di quella tristezza che non riesci neanche tanto a condividere. Che ti rimane attaccata addosso come il caldo umido di agosto. Perché quel giorno mi sono svegliato e per la prima volta, da quando avevo deciso di lasciare L’Aquila e partire per Firenze, per la prima volta mi sono domandato se non stessi facendo una cazzata grande come il mondo. Non tanto perché fosse sbagliata come idea, quanto perché io forse non ero all’altezza dei miei grandi progetti. Mettevo per la prima volta in dubbio me stesso. Non riuscivo neanche a trovare una stanza che mi piacesse un po’, e continuavo a camminare per chilometri con le mie scarpe di tela azzurre consumate, e la strada che grattava sotto la pianta del piede. Ma dove volevo andare io, abituato alla mia piccola vita di provincia?
E poi sono entrato in questo palazzo con la facciata logora. Ma non ho pensato: che brutta facciata! Sono entrato nell’appartamento, ho visto la stanzina in affitto, il bagnetto nuovo, la cucina nuova, il giardino. Sono uscito, ho fatto qualche passo, c’erano le erbacce altissime, e l’ho avvertito chiaramente. Ero arrivato dove dovevo arrivare. Così ho detto: – La prendo!
Com’ero felice! Non era l’aver trovato una casa il motivo della mia felicità, ma l’aver trovato un modo per iniziare a costruire il mio palazzo di sogni, da solo, senza certezze, qui, proprio dove volevo. Anzi, una certezza improvvisamente l’avevo trovata: quel giardino speciale.
Non che fossi un esperto di giardini, né si può dire che questo si distinguesse per magnificenza, cura, o altro. Eppure il pensiero che fosse un luogo particolare – più una sensazione che un pensiero – è rimasto latente per tutti i mesi che sono trascorsi da allora. Finché un giorno ho capito: il silenzio.
E’ così strano sentire quel silenzio, a un passo dallo stadio, dalla stazione di Campo di Marte, dai viali. Che poi non è proprio un silenzio totale, quello mi inquieterebbe. E’ come se tutt’attorno fosse calata una specie di cupola filtrante, che lascia passare solo il suono del vento, degli uccelli e dei tuoni. Come se non ci fosse la città.
Ho sempre trovato il silenzio una caratteristica rara, nei luoghi e nelle persone. Da ammirare e invidiare, per me che parlo e parlo. Un dono da abbracciare con la mente, quando appartiene a qualcuno che, senza parlare, sa starti accanto. Un dono da preservare e di cui godere, quando sei in un luogo immune ai rumori.
Ecco, tipo il mio giardino.Dove sentire la mia voce interiore, quella sincera. Non ha molto senso mentire qui, tanto siamo solo noi due. A chi la dobbiamo far credere? Ascoltarmi e capirmi di più.
Domandarmi come va? e rispondermi alla grande!

[Il potere della mente]

In libreria.
Si avvicina con passo felpato, ma si avverte chiaramente.
Mi ricorda la scena di Jurassic Park. Quando il ragazzo sta nell’automobile col bicchiere d’acqua in mano, e a un certo punto l’acqua inizia a tremare in modo ritmato. E’ il ritmo dei passi. I passi del Tyrannosaurus Rex.
Un donnone immenso ricoperto da un tendaggio scuro mi sorride davanti la cassa. Durante questo suo gesto carinissimo tutti i suoi menti si mettono a ballare una rock dance acrobatica.
– Questo – dice porgendomi un libro.
Pensa magro, la nuova attesissima opera di Raffaele Morelli.

Cose mie che vanno a finire negli ebook

Succede che leggi una tua cosa nel corso di un reading, alle due di notte ubriaco e gonfio di birra, e questa cosa va a finire in un ebook.
Il reading era Torino Una Sega, a Firenze, un evento che se sapevo che ci sarebbe stata tutta quella gente mi sarei chiuso in casa dalla paura.
L’ebook raccoglie tutte le letture, ed è codesto (come si dovrebbe dire in tutta Italia e invece si dice solo da queste parti).
Il mio pezzo, grazie a Scrittori Precari che l’ha pubblicato separatamente, sta anche qua (per chi non volesse perdere tempo a scaricare, spulciare).
Evviva.