[Madre e le impronunciabili locuzioni tabù]

Qualcuno mi domanda perché non twitto, non taggo, non posto, non linko, non condivido. Ma io non posso vivere dentro a un computer, gente! Oltre a twittare, taggare, postare, linkare e condividere, io devo anche scrivere, dire, fare, baciare, lettera e testamento. Per non parlare di lavorare e studiare, fino a quando l’arcangelo Gabriele non si deciderà a comparirmi in sogno per annunciarmi finalmente la mia futura paternità. Prenderò la notizia con il dovuto stupore di circostanza: ritrovarmi incinto della tesi, senza aver prima avuto un solo rapporto con nessun membro del corpo insegnanti, non è cosa che lascia indifferenti. Questo della tesi è un argomento molto delicato. Se mi sente Madre mi disereda, e io a Villa Madre ci tengo. Ho già fra le mani il progetto del parcheggio a 4 piani che sostituirà il verde attorno alla Villa, e ospiterà automobili di piccola e grossa cilindrata, caravan, autocaravan, camper, autobus, treni e pure yachts senza limiti di dimensioni, ché io un giardiniere non me lo potrò permettere mai, ma un parcheggiatore abusivo sì. Intanto devo preoccuparmi di gettare acqua sui focolai attizzati delle impronunciabili locuzioni tabù che raggiungono Madre, e quindi me, come una sparatoria. Segue qualche esempio da non pronunciare mai neanche per scherzo.
- laurea
- trent’anni
- lavoro vero
- libri
- scrittore
- disoccupazione giovanile
- tesi
- relatore
Una soltanto basterebbe ad attivare l’interruttore delle madresplosioni a raffica contro il sottoscritto, figuratevi una frase che ne contenga un paio o, non sia mai, 3. Immaginate una comune chiacchierata fra 2 sconosciuti davanti a un cappuccino e cornetto, durante la colazione post-prelievo di sangue, al bar adiacente all’ospedale: Oggi come oggi senza laurea non ti fanno neppure un colloquio. E l’altro risponde: Poi se hai trent’anni, e sei ancora disoccupato, un lavoro vero te lo puoi scordare. Ecco, collocate nel quadretto me e Madre a distanza d’orecchio dai 2 interloquenti, e attendete meno di un minuto che il cocktail dinamitardo faccia effetto. Lo senti il signore? Ma’, ti prego, sussurro nel disperato tentativo di arginare la sua furia nascente, che già so essere in procinto di travolgere case, cose e persone. Lo senti, eh?! Oddio, sta urlando. I 2 smettono di chiacchierare ponendosi nella condizione di finta indifferenza, che nasconde una maniacale attenzione tipica dell’ascoltatore impiccione. Continua così, e non ti prenderanno nemmeno a fare il Babbo Natale fuori dai negozi di giocattoli nel periodo natalizio! Pago il conto sorridendo al barista e scuotendo la testa, come a dire: Non si preoccupi, la stiamo facendo seguire da uno bravo. Madre, a voce sempre più alta: La verità ti fa male? Io penso che di tutta risposta avrei potuto esclamare: Nessuno mi può giudicare, tanto per restare in tema. Continua toccando picchi sonori da temere per i propri timpani: Vuoi rimanere uno schiavo della società per sempre? L’afferro per un braccio, che ritrovo più tonico da quando ha cominciato il suo arduo percorso piscina, e la conduco a forza fuori dal bar. Capite che in una condizione di vita in equilibrio su un filo, un passo falso può essere mortale. I pericoli più grandi li corro in Villa, all’interno della fascia oraria di Forum, Il Tribunale di Forum, La Sessione Pomeridiana di Forum, cioè praticamente dalla mattina fin dopo pranzo. Rita Dalla Chiesa, personcina adorabile come il botulino nelle uova, riesce a sincronizzare perfettamente le cause a me contenutisticamente più ostili con le mie presenze in Villa. E allora dajje coi trentenni disoccupati che pretendono il mantenimento dal padre; e con le madri che chiamano in causa i figli maschi per farsi restituire 10 anni di tasse universitarie pagate. A proposito, annuncio a quanti aspettavano questo momento che, in uno dei prossimi giorni, andrà in scena il rituale annuale del pagamento della rata. La segretaria mi scruterà minacciosa prima di insultarmi, lo fa sempre, appellandomi nei modi peggiori. Michel Martone avrebbe di che imparare da una come lei. Uscirò da quell’orribile palazzone grigio muffo armato dei migliori propositi, nella speranza che non sia sufficiente chiudermi la porta alle spalle per dimenticarli. Lo farò, me lo prometto. Mi laureerò anche solo per evitare che si ripeta una certa scena. Ero agitato, emozionato, terrorizzato, intrappolato in una camicia violetta aderente come un salsicciotto. Era la prima presentazione di Non farmi male, la mia prima in assoluto. Sorridevo e sudavo davanti a 92 persone contate dal socio del libraio. Leggevo negli occhi di tutti la curiosità di capire cos’avesse da scrivere e da dire quel Matteo Grimaldi, caratterizzato da tutti gli elementi tipici del non-scrittore per eccellenza. Il bravo libraio moderava con abilità tanto convincente da farmi credere che Non farmi male fosse davvero il libro che il mondo aspettava. Tutto procedeva per il meglio, in un’atmosfera alleggerita, finché arrivò il momento più temuto, l’ago della bilancia di ogni presentazione, l’unico indicatore del successo dell’incontro, o del fallimento: le domande dal pubblico. Un furbo autore, al posto mio, avrebbe assoldato un paio di fidati per fingersi interessati ascoltatori, alzare la mano e porre una domanda, almeno per rompere il ghiaccio. Giusto per evitare la landa desertica di occhi sgranati che si guardano intorno aspettando che qualcuno dica loro che è tutto finito e che possono tornare a casa. Per fortuna c’erano tante mani alzate. Ad un iniziale respiro di sollievo, seguì una botta di panico agghiacciante appena mi resi conto che una di quelle mani al soffitto era di Madre. Non posso farla parlare, n-o-n d-e-v-e p-a-r-l-a-r-e, si ripeteva lo spirito di sopravvivenza che è in me. Mi volto verso il libraio confondendo in un colpo di tosse: Enri? e poi continuando a rispondere alle domande degli altri con invidiabile padronanza della situazione. Lui: Come? Io gli sorrido: No, dicevo… Poi abbasso la voce in un sibilo demoniaco: Non farla parlare! Dicevo che i personaggi sono tutti scaturiti dalla mia immaginazione. Muovo le mani ad arte camuffando il terrore che Madre possa dar voce alle sue malvagità, e poi continuo nell’esposizione: C’è poco di realmente accaduto, ma sapete, è quasi impossibile per un autore… Quella donna col giaccone nero e la borsa rossa di plastica. Non farla par… Ah lei, sì! Ancora domande dal pubblico. Allora, la signora con la borsa rossa! Vada con la domanda a Matteo! Bene, il libraio ha capito esattamente il contrario. Madre si assesta sulla sedia con un movimento ondulatorio/sussultorio, io mi rassegno. Emette un colpetto di tosse mentre le ultime resistenze mi abbandonano. Fissa gli occhi su di me, che sono già un cadavere, e poi, davanti a 91 persone (lei esclusa) convinte di avere davanti un giovane promettente autore di narrativa moderna: Io vorrei sapere soltanto una cosa. Ma quando pensi di laurearti?