[Filippo, un bambino decisamente coraggioso. Sì!]

Un’altra ottima giornata in libreria. Obiettivi centrati, si va avanti bene. Cammino verso la macchina con l’espressione tronfia di un uomo d’affari che ha appena chiuso un accordo molto vantaggioso.
A interrompere la mia contentezza – soddisfazione più che altro – è la corsa di un bambino che avrà avuto quattro o cinque anni, inseguito da quello che immagino il papà. Lo raggiunge e lo acchiappa per la maglietta.
– Lasciami, lasciami! – urla lui in un pianto straziante.
– Smettila! Abbiamo comprato solo cose per te.
– Ma io ne volevo di più! Io volevo tutto, tutto!
Intanto arriva la madre.
– Filippo, che cos’è questa scena? Non ti sono bastati i pupazzi, il gioco Sapientino e gli album da colorare?
– No! E voi sete du butti stonzi!
Oh mio dio. Di colpo mi manca il fiato. Sento il sangue arrestare il suo perenne viaggio all’interno del mio corpo. E mi vengono in mente quei poveri globuli rossi di Esplorando il corpo umano che passano le giornate (e le nottate) a camminare per le arterie carichi di bolle d’ossigeno, e non ce la fanno, e non si possono riposare. In questo momento i miei si sono seduti tutti insieme, sincronizzati.
Due brutti stronzi, ho capito bene? Filippo, mi sa che l’hai detta grossa, penso mentre il padre lo scuote come una scatola di cereali per far cadere nella tazza di latte anche gli ultimi rimasti incastrati fra le pieghe della carta.
– Che cosa?! Filippo, ripeti quello che hai detto, se hai il corag…
Il papà non fa neanche in tempo a completare la parola coraggio, che parla Filippo.
– Due butti stonzi. Stonzi, stonzi, stonzi!

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